Iridescenze, ripasso sulla geometria degli attimi

Ritorno a un soffio di sapone

Anni fa scrissi di Bolle di sapone, e lo feci con gli occhi di un ingegnere che portava ancora, non troppo nascosta, l’anima di un bambino: mi affascinava la Legge di Laplace e le formule che raccontano i loro colori e i loro movimenti leggeri, impermanenti. Dissi allora che la vita è fatta di attimi, di tensioni che si caricano fino a completare una sequenza, e poi esplodono, non troppo diversamente da una bolla di sapone che, quando dura troppo, smette di stupire e comincia a generare una vaga impazienza, come se anche noi, guardandola, sapessimo che il suo compito è caricarsi e infine scoccare. Dissi anche una cosa che allora mi sembrava solo una piccola osservazione malinconica, e che oggi mi appare invece come il cuore di tutto: che restano nella memoria certi attimi, quelli che contano, ma dimentichiamo tutti gli attimi che li hanno preparati e tutti quelli che ne sono stati il seguito. Fissavamo le bolle in una fotografia, dicevo, ma il vero fascino era vederle volare e infine, in un sacrificio perfetto come quello del fiore di ciliegio, donare il momento migliore della loro esistenza.
Oggi, con qualche anno di navigazione in più sul groppone, torno su quelle righe non per correggerle, ma per riascoltarle, come si riascolta una canzone che si credeva di conoscere a memoria e che invece, in una sera diversa, dice qualcosa che prima non avevamo sentito. Le bolle continuano a salire, il vento continua a portarle, e io continuo, un po’ più lento, forse un po’ più attento, a guardarle scoppiare. Quello che è cambiato non è l’oggetto, ma lo sguardo. E siccome il mio blog è, da sempre, il diario di come cambia lo sguardo più che di come cambiano le cose, mi è sembrato giusto tornare qui, su questo anellino di plastica con una pellicola di acqua saponata, per vedere cosa ho imparato di nuovo, senza rinnegare nulla di quel primo sguardo, ma affiancandogli un’altra lente, quella che in questi anni ho imparato a portare insieme a lui: la geometria del continuo, il punto senza estensione che, sommato a infiniti punti simili, compone la lunghezza misurabile di una curva. Anche questa, come la tensione che si carica, è un modo per dire la stessa cosa: che gli attimi, presi uno per uno, sembrano non pesare nulla, e tuttavia insieme fanno una vita intera.

La geometria che avevo dimenticato di portare addosso

Quando scrissi la prima volta di attimi e curve, pensavo alla somma come a un’operazione che io compivo a posteriori: vivevo i punti uno per uno, e solo dopo, guardandomi indietro, ne calcolavo la lunghezza, un po’ come un topografo che misura con il suo tacheometro. Mi sembrava di essere io il misuratore, seduto fuori dal tempo, a integrare la mia stessa esistenza.
Ho capito, in questi anni, che non è così. L’integrazione non avviene dopo: avviene mentre. Ogni punto della curva porta già in sé, nella sua curvatura infinitesima, la direzione di tutti gli altri. Non sommiamo attimi come si sommano monete in un salvadanaio; li viviamo già dentro una traiettoria che li precede e li supera, proprio come ogni punto di una curva ha una tangente, una direzione istantanea, che lo lega, senza soluzione di continuità, al punto successivo. Non ero il geometra fuori dal tempo: ero, sono, uno dei punti. E la meraviglia, quella vera, quella che toglie il fiato, non è nell’aver capito che gli attimi si sommano, ma nell’aver sentito, per qualche istante, la curvatura stessa: la direzione segreta che un attimo solo non può mostrare, ma che due o tre, messi vicini, lasciano intravedere come si intravede il profilo di una costa dalla tolda di una barca, prima ancora di distinguerne le case.
C’è un’altra cosa che la matematica mi ha insegnato tardi, e che vale la pena scrivere qui. Un punto, da solo, non ha misura: la sua lunghezza è zero. Sommare infiniti zeri, si potrebbe pensare con il buon senso di tutti i giorni, dovrebbe ancora dare zero. E invece no: è proprio il paradosso dell’integrale a mostrare che una quantità nulla, ripetuta con la giusta densità lungo un intervallo, produce qualcosa di finito e misurabile. Non è un trucco, è la natura stessa del continuo. Ecco perché mi irrita, oggi più di ieri, sentire dire che “un attimo non vale niente“, che ciò che dura poco non conta. È vero l’esatto contrario: sono gli attimi, presi uno per uno e apparentemente privi di peso, a essere l’unica materia di cui una vita è fatta. Non esiste altrove, non esiste una “durata” che non sia già scomposta, sotto la lente, in una infinità di questi zeri operosi.
L’ingegnere che ero mi aveva già dato, senza che allora lo sapessi tradurre, un’altra immagine della stessa cosa: quella della tensione che si carica. Non tutti i fenomeni si accumulano con la pazienza liscia dell’integrale; alcuni procedono a scatti, come una molla che si comprime senza mostrare nulla all’esterno finché non raggiunge la soglia, e allora scocca. Anche la bolla di sapone è così, l’avevo scritto senza saperne ancora il perché fisico: la sua superficie è una membrana in tensione, che l’evaporazione assottiglia con pazienza fino al punto critico in cui non regge più, e in quell’istante, tutta la tensione accumulata invisibilmente si scarica in un solo gesto, lo scoppio. Due geometrie diverse, dunque, per lo stesso mistero: il tempo che si accumula senza soglie, punto dopo punto, come nell’integrale; e il tempo che si accumula fino a una soglia, silenzioso, per poi rilasciarsi tutto insieme, come nella tensione che si carica. Vivo, credo, di entrambe: ci sono stagioni della mia vita che sento come somme lente e continue, e altre che sento come cariche silenziose venute infine a scoccare in un solo attimo che pareva, visto da fuori, improvviso.
E allora torno anche a quella piccola osservazione malinconica di allora, che dimentichiamo gli attimi che hanno preparato quello che ricordiamo, e quelli che ne sono stati il seguito. Mi sembrava, scrivendola, una specie di ingiustizia della memoria. Oggi, con la geometria in mano, la leggo diversamente: nell’integrale nessun punto pesa più di un altro, eppure la memoria, che non è un integrale, ma un riflettore, sceglie di illuminarne solo alcuni, lasciando gli altri al buio. Il fatto che quei punti dimenticati non brillino nel ricordo non significa che non abbiano contribuito alla lunghezza della curva: hanno dato la direzione, la tangente, esattamente come i punti che ricordiamo. Non li vediamo più, ma senza di loro l’attimo che invece ricordiamo non avrebbe avuto né la forma né la rotta che ha avuto. Dimenticare, ho capito, non è perdere: è solo smettere di illuminare qualcosa che, comunque, ha già fatto il suo lavoro.

Ichi-go ichi-e: ciò che il tempo mi ha insegnato

C’è un’espressione giapponese che allora non conoscevo bene e che oggi mi accompagna spesso: ichi-go ichi-e, “un tempo, un incontro”. Nasce nella cerimonia del tè, ma dice qualcosa che vale per ogni bolla soffiata in un pomeriggio di sole: questo incontro, con questa luce, con questa persona, con questa particolare inclinazione del vento, non accadrà mai più, in questi identici termini. Non è una condanna alla perdita: è, al contrario, la ragione per cui vale la pena prestare attenzione adesso, senza rimandare lo sguardo a un “dopo” che non replicherà nulla di ciò che sta accadendo ora.
Da giovane cercavo, credo, un modo per rendere gli attimi ripetibili: fissarli, fotografarli, scriverli, quasi per sottrarli all’unicità che li rende fragili. Oggi capisco che è proprio quella unicità irripetibile a dare loro colore. Una bolla identica a un’altra, soffiata mille volte con la stessa tecnica, non sarebbe più iridescente: sarebbe solo uguale. È la sua irripetibilità, il fatto che questa bolla, con questa luce radente, in questo preciso secondo di vento, non tornerà, a renderla degna di essere guardata con tutta l’attenzione che abbiamo.

Il colore che non si può trattenere

Vale la pena capire, almeno una volta, perché una bolla di sapone sia iridescente, perché questo non è un dettaglio decorativo ma il cuore stesso della faccenda. Il velo d’acqua e sapone che racchiude l’aria è sottilissimo, spesso meno di un millesimo di millimetro: la luce che lo colpisce si riflette in parte sulla superficie esterna e in parte su quella interna, e i due raggi riflessi, ricongiungendosi verso il nostro occhio, interferiscono fra loro. A seconda dello spessore esatto del velo in quel punto, e lo spessore cambia istante per istante, mentre la gravità fa scendere il liquido verso il basso e la bolla si assottiglia, certe lunghezze d’onda si rafforzano e altre si cancellano. Ecco perché i colori si muovono, si rincorrono, cambiano mentre la guardiamo: non è un effetto fisso stampato sulla bolla, ma un dialogo continuo fra luce e sottigliezza.
E qui sta, credo, la cosa che allora non avevo ancora messo a fuoco: è proprio la sottigliezza, la stessa fragilità che condannerà la bolla a scoppiare, a produrre il colore. Se il velo fosse spesso, stabile, duraturo, non sarebbe iridescente: sarebbe soltanto un guscio opaco, sicuro, e forse anche noioso. È perché sta per finire che brilla così. Negli ultimi istanti, quando il velo si assottiglia fino quasi a scomparire, i colori spesso si fanno più intensi, quasi incandescenti, un attimo prima di virare al nero e poi al niente, i fisici la chiamano, con una certa poesia involontaria, la “macchia nera“: l’ultimo istante prima della rottura, in cui il velo è ormai più sottile della più corta lunghezza d’onda della luce visibile, e per questo non riflette più nulla. È buio non perché la luce sia sparita, ma perché il velo è diventato, per un attimo, più fine di quanto la luce stessa possa misurare. Ho pensato spesso, in questi anni, a quante volte ho visto la stessa cosa accadere altrove: nell’ultima estate in un luogo che si sapeva di dover lasciare, nell’ultima sera con qualcuno che si intuiva di non rivedere, nell’ultima nota di una canzone che si sa già finita mentre la si ascolta. La brevità non è un difetto del colore. È, in un certo senso, la sua causa.

La schiuma del mare

Chi come me ha passato una parte piccola o grande della vita a guardare l’Adriatico da una barca, conosce un cugino meno nobile ma non meno eloquente della bolla di sapone: la schiuma che la prua solleva, o quella che il vento strappa alla cresta di un’onda e porta per un tratto sospesa nell’aria, bianca e minuta, prima di ricadere e sciogliersi. Anche lì, in quella schiuma, si vede la stessa legge: migliaia di piccole bolle che nascono dal moto dell’acqua contro lo scafo, vivono un secondo, forse due, e si disfano tornando mare. Nessun marinaio si ferma a piangerle. Eppure, se si guarda bene, quella scia bianca che resta dietro la poppa, la scia che ogni barca lascia e che si allarga, si stempera, infine scompare, è esattamente ciò di cui parlavo all’inizio: la somma visibile, misurabile, di miriadi di piccoli eventi invisibili e già finiti. La scia è la curva; la singola bolla di schiuma è il punto. E chi ha navigato sa che si può risalire una scia per ritrovare la rotta, anche quando ogni singola bolla che la componeva non esiste già più da un pezzo.

La malinconia necessaria

Resta, ed è giusto che resti, un fondo di malinconia quando una bolla, o un attimo, sparisce troppo presto. Non credo sia un sentimento da correggere o da superare in fretta: è, semmai, la prova che quell’attimo contava. Ci si rattrista solo per ciò che si è amato abbastanza da volerlo trattenere. Sarebbe più preoccupante, credo, l’indifferenza di fronte alla sparizione: significherebbe che non avevamo davvero guardato.
Quello che ho imparato, però, è a non confondere la malinconia con il rimpianto. Il rimpianto guarda all’attimo perduto e si chiede cosa avrebbe potuto essere diverso; la malinconia, quella buona, guarda all’attimo avuto e ne riconosce, con gratitudine venata di tristezza, la bellezza compiuta. Uno si volta indietro cercando una porta che non c’è più, l’altro resta fermo davanti a ciò che è accaduto e semplicemente lo ringrazia. Francesco, che a questa terra e a questo mare ha insegnato a dire grazie anche per le cose che passano, non chiedeva che le creature durassero per sempre: le lodava per quello che erano, nel tempo che avevano. È un esercizio semplice da dire e difficile da praticare: guardare una bolla che sta per scoppiare e, invece di anticipare il dispiacere della sua fine, restare un secondo in più dentro la meraviglia del suo colore.

Il sacrificio perfetto, o il fiore di ciliegio

Scrissi, allora, che la bolla dona il suo momento migliore in un sacrificio perfetto, “come quello del fiore di ciliegio”. Non avevo ancora visto un ciliegio in fiore fuori da una fotografia, quando lo scrissi: era un’immagine presa in prestito, bella ma un po’ astratta. Ho imparato, da allora, che nella tradizione giapponese il fiore di ciliegio non è ammirato nonostante la sua brevità, ma proprio per quella brevità: si organizzano intere feste, l’hanami, per andare a sedersi sotto gli alberi nei pochi giorni, a volte poche ore, in cui la fioritura è al suo culmine, sapendo già che il vento della sera stessa potrà portarsi via i petali. Nessuno chiede al ciliegio di fiorire più a lungo. Si va lì apposta, sapendo che finirà, e si resta a guardare.
Questo mi sembra, oggi, il punto più maturo a cui sono arrivato rispetto a quel primo scritto: non basta accettare che l’attimo migliore sia anche il più breve, bisogna, se possibile, organizzare la propria attenzione attorno a quella brevità, come si organizza un pomeriggio intero attorno a poche ore di fioritura. La bolla non sceglie di scoppiare al culmine del suo colore: è la fisica a deciderlo per lei, membrana che cede quando la tensione supera la soglia. Ma io posso scegliere di essere lì, con lo sguardo pronto, invece che altrove, distratto, quando quell’attimo arriva. Il sacrificio è perfetto non perché la bolla lo compia con consapevolezza, non ne ha, ma perché io, guardandola, posso renderlo tale: posso trasformare una rottura fisica in un dono ricevuto, semplicemente scegliendo di esserci nel momento in cui accade.

Ciò che resta: la riconoscenza

Alla fine resta il ricordo, dicevo allora, quasi fosse un premio di consolazione: la bolla scoppia, e a noi non rimane che una pallida eco di quello che era stato. Oggi la penso diversamente. Il ricordo non è un surrogato sbiadito dell’attimo: è la forma che l’attimo assume per continuare a esistere in un tempo diverso da quello in cui è nato. La luce che ha giocato per un secondo sulla superficie di quella bolla non si distrugge quando il velo si rompe: si trasforma. Diventa il modo in cui, molti anni dopo, un uomo un po’ più canuto si ferma a scrivere di bolle di sapone, di curve, di ichi-go ichi-e, di schiuma di mare, e in quello scrivere, quella luce continua, in un’altra forma, a essere misurata, a contare, a fare parte della lunghezza della curva.
Questo, credo, è il punto vero che allora intuivo e che oggi posso dire con più chiarezza: l’integrale di una vita non è la somma fredda di eventi accaduti, ma la somma calda di quanto siamo stati capaci di riconoscere come dono mentre accadeva, e di quanto abbiamo saputo, dopo, custodirne la memoria senza trasformarla in rimpianto. Ogni bolla che ho visto scoppiare, ogni colore che ho visto sparire troppo presto, ha lasciato un segno nella curva che sono diventato. Non posso più separare quella curva dai punti che l’hanno composta.
C’è chi teme la vecchiaia perché la immagina come un accumulo di perdite, un elenco sempre più lungo di bolle scoppiate. Io, in questi anni, ho imparato a vederla piuttosto come l’unico punto della curva da cui è possibile, finalmente, scorgere un tratto sufficientemente lungo da riconoscerne la forma. Da giovane ero troppo vicino a ogni singolo punto per vedere altro che il punto stesso; solo prendendo distanza, e la distanza, qui, è fatta di anni, non di metri, si comincia a intravedere che quei punti non erano sparsi a caso, ma disegnavano già, tutti insieme, qualcosa che assomiglia a una direzione. Non chiamo questo una consolazione a buon mercato: la fine di ogni singola bolla resta, e resterà sempre, un piccolo lutto. Ma è un lutto che ora si accompagna a una gratitudine più grande di lui. E se oggi provo, guardando indietro, più riconoscenza che nostalgia, è perché ho finalmente capito che la nostalgia guarda a ciò che non c’è più, mentre la riconoscenza guarda a ciò che, in un modo che allora non sapevo nominare, non ha mai smesso di esserci.

Sergio Endrigo – Bolle di sapone