Premessa
Questo primo paragrafo è l’unico scritto da me, ho un amico carissimo, psichiatra ma anche editore di libri, esperto praticante di arti marziali giapponesi, ancora più esperto praticante dell’anima, della mia anima in particolare. È stato lui, in una lunga chiacchierata che ricordo ancora, in un viaggio di ritorno sulla Via della Spada ad esortarmi a scrivere delle mie emozioni, vettore che mi ha portato ad aprire il blog, quello su Libero, questo. In fondo tra il primo post che parla di un sodalizio con promesse nuziali e quello che precede che le rinnova, è vedere ancora una volta un Enso, quello della foto iniziale, eppure anche quello di oggi, del mio presente.
Ci siamo rivisti in un’occasione simile praticamente quattro giorni fa, e mi ha chiesto conto della prima conversazione di 18 anni prima, che memoria! Gli ho raccontato del blog, e mi ha chiesto se poteva leggerlo; parole pubbliche che tutti possono vedere. Gli ho detto di sì ad un patto, che mi avrebbe detto cosa ne pensava, come ne vedeva lo sviluppo, come medico e come editore, cosa mi suggeriva per migliorare la mia scarsa empatia e la capacità di comunicare, pensando solo dopo che già legge libri continuamente e che l’avrei caricato di un’altra fatica. Questa mattina trovo in mailbox una sua lettera, un resoconto; non ha l’odore della formaldeide tipica di un ambiente clinico, ha quello tenue delle margherite, semplici come un’amicizia che prosegue nel tempo.
Sono tante parole più di 2500, ed è un post che scrivo per me ancora più degli altri, quindi invito alla lettura solo chi non ha fretta e vuol darmi un parere in merito. Altrimenti arriveranno altre baggianate con caratteri giapponesi, elogi a qualcosa e nuove amenità.
Scrivo spesso delle cose che mi stupiscono, che si sia letto più di 18 anni di vita in pochi giorni è la dimostrazione di una persona fuori dall’ordinario, l’ha fatto senza fretta, immagino prendendosi appunti man mano. Cita numerosi post presenti in questo blog dei quali metterò il link perché di alcuni ho solo una memoria vaga e così vado a rileggerli. Ho eliminato il cappello introduttivo molto personale per trascrivere integralmente il succo (non ho detto Kokoro) della lunga lettera affettuosa. Grazie caro amico, lo dico qui senza altri emoji, grazie, sei un regalo della vita.
L’immagine di copertina è il vizio che ho preso di affidare le parole alla AI dicendole, fammi un disegno, anche queste figure quindi non sono mie.
Ci tieni a questo blog, sono contento, è terapeutico. Mi hai spiegato la fatica che hai fatto per conservarlo nonostante la chiusura del vecchio sito. È vero, non è Zen, ma è la scelta più bella, perché fa capire che hai compreso tutto quello che a parole non pensavo di averti spiegato. Ecco la mia opinione in ordine storico.
Il punto di partenza: luglio 2008
Sai cosa c’è di straordinario nel tuo primo post? Che contiene già tutto. In 200 parole hai messo le promesse di matrimonio, un Enso Zen ritratto sul nostro ponte romano, Branduardi e la promessa di essere sincero anche quando non sarai puntuale, proprio tu, che ho visto aspettare dietro l’angolo per arrivare all’ora precisa e non prima. In quelle poche righe ci sei già completamente: cattolico eretico, velista, marito devoto, matematico, praticante di arti marziali, misantropo che ha un disperato bisogno di comunicare. L’apertura non è timida, è quasi solenne. Ma l’emozione è ancora trattenuta a pochi centimetri dalla superficie, come se ti stessi ancora guardando allo specchio per capire chi sei.
Confrontalo con l’ultimo post. Hai composto una canzone. Hai scritto un testo poetico in una lingua che non è la tua. Hai detto che non sai suonare il sax ma vuoi impararlo da tua figlia. Sei andato a cercare le fresie del bouquet originale. In diciotto anni il blog si è trasformato da promessa di scrittura a laboratorio creativo con produzione musicale autoprodotta (sic). Non è solo un’evoluzione stilistica. È qualcos’altro, e lo sai anche tu.
Le cinque fasi di quello che hai fatto
2008/2010: stavi cercando la tua voce
In questo periodo scrivi spesso, addirittura un post al giorno, e i post sono brevi e reattivi. La scrittura è già limpida ma meno costruita. Il lessico giapponese, greco o scientifico è presente, ma in dosi più moderate. Stavi ancora capendo cosa voleva essere questo spazio.
Il campione più chiaro è Due fiori, agosto 2008: dedichi una canzone di Bertoli a tua moglie sapendo che lei non la ascolterà, scrivi per qualcuno che non leggerà. Questo gesto, comunicare un’emozione verso chi non riceverà il messaggio, è uno dei tuoi dispositivi emotivi più potenti, e lo usi già nel secondo mese. L’emozione è lì, diretta, senza architettura. Il lettore la tocca subito, senza dover passare attraverso uno spesso strato di erudizione.
In quella fase la tua armatura intellettuale era ancora sottile. Non avevi ancora costruito del tutto la corazza fatta di lemmi greci, teoremi fisici, linguaggio nautico, citazioni zen e kanji giapponesi che sarebbe diventata il tuo marchio. E questo ti rendeva, paradossalmente, più vulnerabile e più direttamente accessibile. Non lo dico come critica alla corazza, quella corazza è bellissima. Ma è importante che tu sappia che già senza di essa funzionavi benissimo.
2011/2013: il fiore pieno, e la corazza che cresce
Nel 2011 scrivi tu stesso “l’anno in cui ho scritto cose importanti.” È vero. La scrittura raggiunge la sua prima maturità. Camminando con te è forse il tuo post d’amore più perfetto: tre paragrafi, nessun paravento filosofico, la mano che avvolge la mano più piccola, il vento che scuote le foglie. Le mani tue sono grandi e ruvide, quelle sue più piccole, questa specificità fisica è rarissima nel tuo blog e per questo funziona in modo potentissimo. Sei breve, concreto, visivo. Non spieghi niente. Stai solo lì, con lei, in quella sera con le nuvole nere.
Contemporaneamente però si consolida il sistema di protezione che dominerà per anni. Il Mare e lo Spirito e Parlaci dell’Amore mostrano il meccanismo completo: costruisci una struttura filosofica molto alta, fisica quantistica, cosmologia, teologia greca, e arrivi all’emozione nell’ultimo paragrafo, come se l’emozione avesse bisogno di guadagnarsi il diritto di esistere attraverso una lunga premessa intellettuale.
Ti faccio una domanda, anche come medico: chi protegge quella armatura? Il lettore da te, o te da te stesso?
2014/2019: il silenzio rituale e la distanza bellissima
A un certo punto decidi di scrivere agli equinozi e ai solstizi. Quattro post l’anno, uno per stagione. Lo dici tu stesso in un commento recente, e aggiungi che a volte passano tre mesi tra un post e il successivo.
Questa scelta trasforma profondamente il blog. I post del ciclo equinoziale, come Batte il tamburo lentamente del settembre 2015, sono i tuoi più curati formalmente: ogni post è la distillazione di tre mesi di osservazione, un inventario della rotta percorsa fatto da un capitano paziente. La prosa è bellissima, misurata, piena di immagini precise. Ma emotivamente c’è distanza. Il ritmo quaternario introduce una mediazione temporale tra l’evento vissuto e la sua scrittura che leviga le asperità, raffredda i sentimenti, trasforma esperienze potenzialmente intense in resoconto sereno.
In questa fase il tuo blog è bellissimo da leggere. Ma meno urgente. I commenti sono pochi, mediamente cinque o dieci per post. Il lettore apprezza ma non si sente interpellato personalmente. È come visitare una mostra d’arte ben allestita invece di stare seduti a tavola con l’artista.
2020/2022: la pandemia rompe il ritmo
Il lockdown del marzo 2020 ti restituisce la funzione originale del blog. Vecchi e nuovi profeti è un segnale: trovi una poetessa contemporanea che scrive su un blog durante la pandemia e la metti accanto a Ezechiele in esilio. È un gesto tipicamente tuo, trovare la risonanza antica nell’evento immediato, ma la frequenza aumenta. La crisi collettiva ti giustifica una scrittura più urgente, meno mediata.
Un Capretto per due Zuzim è uno dei tuoi post migliori, e te lo dico con convinzione: lì fai divulgazione densa e affettuosa contemporaneamente, spieghi una filastrocca che nasconde la storia di un popolo intero con la leggerezza di chi condivide un piacere privato. È una delle tue forme migliori: l’erudizione al servizio della bellezza, non come schermo. La differenza tra le due cose è tutto, e in quel post la vedi chiaramente.
2024/2026: la fioritura tardiva, e la più intensa
Questa è la fase che mi interessa di più da analizzare, e anche quella di cui ti voglio parlare con più attenzione.
Convergono molte cose contemporaneamente. La pensione si avvicina, poi arriva, ma il lavoro continua a ritmi più ordinari. La nipote nasce, te lo tieni per te per un po’, lo accenni in quel post di giugno 2024 come “notizia ancora riservata,” e si capisce quanto ti cambia. Arrivano lettori nuovi con cui si instaura una relazione dialogica intensa. Impari a comporre e produrre musica. E i temi si fanno più urgenti: la morte, i nuovi equilibri, il bilancio dell’esistenza.
Il risultato è la scrittura più emotivamente potente di tutto il blog. Pensieri di notte, scritto alle quattro di mattina “senza corazza,” è quello in cui riveli pubblicamente per la prima volta la perdita di un figlio mai nato, cinque mesi nel grembo di tua moglie, poi partito per una scorciatoia per il Cielo. Ventisei anni abbondanti di silenzio pubblico su quel dolore, poi una frase in un commento notturno. Questo è il post in cui l’armatura cede davvero. E lo sai: lo dici esplicitamente, “sono senza corazza.” Per una volta non è una metafora.
Dove sei migliore, e perché
L’amore per tua moglie è il tuo territorio più sicuro e paradossalmente il più disarmato. Dalla brevità quasi rude di Due fiori, a Camminando con te, fino alla complessità musicale dell’ultimo anniversario, i post dedicati a lei sono sempre i più diretti. Quando scrivi per lei sapendo che lei non leggerà, ti liberi dal bisogno di spiegare: la scrittura diventa atto puro. Non senti il bisogno di costruire una giustificazione filosofica per dire ti amo. E in quello spazio liberato emerge il meglio di te. Nota bene: non la chiami mai per nome. Non dici mai “mia moglie si chiama…” Questa riservatezza sacra attorno alla sua identità rende i post d’amore ancora più commoventi, come lettere messe in una busta che nessuno aprirà mai.
La scrittura notturna e irregolare produce i tuoi testi più intensi. Il blog scritto alle quattro di notte di quaresima è più potente del post scritto per l’equinozio di settembre. Quando scrivi senza programma, senza appuntamento stagionale, la voce ha più urgenza e meno controllo formale. Forse dovresti fidarti di più di quegli impulsi notturni, invece di aspettare che arrivi la data giusta sul calendario.
La morte e l’esistenza ti tolgono la filosofia e ti restituiscono i dettagli concreti. Quando parli di tuo padre, il catetere nella gamba perché le vene delle braccia non si trovavano più, il medico che diceva “non posso far morire di fame un paziente”, sei improvvisamente molto specifico. Quando parli del figlio non nato dici “cinque mesi,” dici “scorciatoia per il Cielo.” Quella specificità fisica, che di solito cede il passo all’astrazione, ritorna, e il testo acquista un peso reale che nessuna citazione giapponese riesce a eguagliare. Hai saputo elaborare bene, e non è facile, quel momento immancabile della morte che si porta via gli affetti.
La musica è il tuo canale emotivo privilegiato e lo hai capito da subito. La scelta sistematica di accompagnare ogni post con un brano musicale è una delle cose più intelligenti che fai: la musica bypassa le difese intellettuali del lettore e arriva dove le parole non arrivano. Quando la scelta è perfetta, l’ultima esibizione di Andrea Parodi che canta sapendo di morire, il Baglioni che chiede Ancora la pioggia cadrà, il Cohen spezzato dei Pentatonix, il post emotivo diventa devastante nel senso migliore. Imparare a comporre musica propria è la naturale conclusione di questa vocazione: non stai più solo scegliendo le parole degli altri per dire le tue cose, stai costruendo le note per evocare le tue.
I commenti come secondo testo: il blog ha un testo doppio, e non sono sicuro che tu ne sia del tutto consapevole. C’è il post ufficiale, controllato, con l’armatura. E poi c’è la sezione commenti, dove sei più libero, più giocoso, più diretto, e talvolta più commovente. Nei commenti usi meno paraventi: rispondi con proverbi giapponesi brevi, con saluti affettuosi, con confessioni improvvise. Chi vuole capire chi sei davvero dovrebbe leggere i commenti almeno quanto i post principali. E tu, forse, dovresti permetterti più spesso di scrivere il post nello stesso tono.
Dove puoi ancora crescere, detto con rispetto, e senza sconti
Tre cose. Le dico perché mi interessa che tu le senta, non per fare il critico, semmai perché ti sono amico.
Il rapporto tra premessa e conclusione è quasi sempre invertito. Il tuo schema narrativo dominante è: lunga costruzione intellettuale, poi breve svelamento emotivo. In Parlaci dell’Amore arrivi all’emozione nell’ultimo paragrafo dopo pagine di cosmologia e fisica quantistica. In Ogni volta che penso di voler morire il nucleo più personale e doloroso, il padre morente, il figlio non nato, emerge nelle ultime righe e poi nei commenti. Il lettore paziente arriva fino in fondo e viene ricompensato, ma molti si perdono prima. Prova a immaginare cosa succederebbe se invertissi la struttura: cominci dall’emozione concreta, poi usi l’erudizione per supportarla invece di precederla. Non devi rinunciare a niente, né al greco né al giapponese. Ma l’amplificazione sarebbe enorme.
I post “diario di viaggio” non ti appartengono. Grandi cambiamenti – Estate 2024 e La spiaggia più lontana del maggio 2025 mostrano una modalità cronachistica che non è la tua. Il racconto del Giappone con l’elenco puntato delle attrazioni di Odaiba, è lontanissimo dalla tua voce autentica. Il Giappone lo ami in profondità, e si vede ogni volta che lo abiti filosoficamente. Ma lì lo hai enumerato turisticamente, come farebbe chiunque. Il distacco tra la profondità del tuo rapporto emotivo con quella cultura e la leggerezza con cui hai descritto il viaggio è straniante. Manca il ponte tra esperienza e significato che di solito costruisci così bene. Quei post li hai scritti di fretta, o stanco, o entrambe le cose. Si sente.
Il sorriso 🙂 a fine post è diventato un deflettore. Te lo dico con affetto perché lo fai da diciotto anni e probabilmente non ci pensi più. Hai l’abitudine di concludere ogni post, anche i più intensi, anche Ogni volta che penso di voler morire, con un sorriso o una faccina. Dopo l’affermazione “pretendo il libero arbitrio di poter decidere quando scrivere la parola fine della mia vita,” la Buona Pasqua 🙂 lascia il lettore in un piccolo cortocircuito. A volte il sorriso è autentica liberazione, lo vedo. Ma a volte è il modo per richiudere la porta che hai appena spalancato. Lasciare certi post senza quella firma gestuale sarebbe un atto di coraggio. Darebbe all’emozione lo spazio di restare nell’aria invece di essere educatamente congedata.
Il bilancio
Dal 2008 al 2026 hai percorso una traiettoria lunga e non lineare. Il punto di arrivo è una scrittura mediamente più potente di quella del punto di partenza, ma non in modo uniforme. Il miglioramento più significativo si è verificato nella tua disponibilità ad accettare la vulnerabilità, non nell’abilità tecnica, che era già alta all’inizio.
Quello che distingue i tuoi post migliori del 2026 da quelli del 2008 non è la qualità della prosa né l’ampiezza dei riferimenti culturali. Sei più bravo adesso, sì. Ma la vera differenza è che adesso, in alcuni momenti, accetti di non spiegare, di non proteggere, di non concludere. E in quei momenti il testo diventa grande.
La storia di questo blog è anche la storia di un uomo che ha impiegato diciotto anni per imparare che l’armatura che ha costruito, bellissima, intricata, fatta di greche e Sakura, velisti e favole, era necessaria, ma non è indispensabile. E che i momenti in cui la togli, magari alle quattro di mattina con una tazza di tè intatta sul tavolo, sono quelli in cui le parole diventano davvero tue.
Continua così. E magari, ogni tanto, lascia il 🙂 nel cassetto.
Con tutto l’affetto e la stima che provo per te,
A.
883 Max Pezzali – Gli Anni