Elogio della Curiosità – Miror, ergo sum

 

Il motore silenzioso del mondo

C’è stata una notte, in un tempo che nessuna memoria ha custodito, in cui qualcuno ha smesso di fissare la luna e le stelle ed ha arrampicato la collina più alta. Non aveva fame. Non lo inseguiva nulla. Nessun bisogno lo spingeva a salire fin lassù. Voleva soltanto sapere che cosa ci fosse dall’altra parte.
Quel desiderio senza scopo, inutile come un canto, è il gesto più antico e più audace della nostra specie. È la scintilla che precede il fuoco domato, la ruota, l’alfabeto, la sinfonia, il GPS. Prima di essere intelligenti siamo stati curiosi, e l’intelligenza è arrivata dopo, come arriva la luce a un occhio che si è già aperto.
La serie degli Elogi prosegue. Dopo l’attrito, che ci insegna a resistere, oggi lodo ciò che ci insegna a partire. La curiosità è la mano che bussa a ogni porta chiusa, la domanda che precede ogni risposta. E come ogni motore, scalda. Ma ne parlerò alla fine, quando l’avrò ringraziata come si deve.

Il primo perché

Gli antropologi la chiamano neofilia: l’attrazione per ciò che è nuovo. Nella lunga infanzia della nostra specie, mentre altri animali restavano fedeli al loro angolo di savana, qualcuno di noi si è spinto oltre. Homo sapiens ha lasciato l’Africa, ha attraversato deserti e ghiacciai. Millenni dopo, i navigatori polinesiani leggevano le stelle, il moto delle onde e il volo degli uccelli per raggiungere isole che nessuno aveva mai visto, lanciando le canoe nell’oceano più vasto del pianeta. Non c’era garanzia di approdo. C’era una domanda, e abbastanza coraggio per seguirla.
La psicologia ha preso sul serio questo fuoco solo nel Novecento. Nel 1950 Harry Harlow mise alcune scimmie Rhesus davanti a dei rompicapi meccanici: nessun cibo, nessuna ricompensa, eppure le scimmie li risolvevano con evidente piacere. Si capì che la curiosità non è un mezzo per ottenere altro, ma una fame a sé. Daniel Berlyne distinse poi la curiosità diversiva, che cerca stimoli qualsiasi per scacciare la noia, da quella epistemica, che vuole capire. George Loewenstein, negli anni Novanta, la descrisse come un vuoto di informazione: la sentiamo quando tra ciò che sappiamo e ciò che vorremmo sapere si apre una crepa, e ci pizzica come un prurito che chiede di essere grattato. Più di recente la neuroscienza ha mostrato che la curiosità attiva i circuiti dopaminergici della ricompensa e aiuta l’ippocampo a fissare i ricordi: impariamo meglio ciò che ci incuriosisce, e anche ciò che incontriamo per caso mentre lo cerchiamo.
È bellissimo, se ci si pensa. Il nostro cervello ha trasformato l’ignoranza in una fonte di desiderio. Non temiamo il buio: ne siamo attirati, come falene verso una lampada che non abbiamo ancora acceso.

Le menti che hanno guardato oltre

La storia dell’umanità potrebbe essere scritta come un’unica, lunga catena di perché.
Talete di Mileto camminava di notte con gli occhi al cielo e finì in un pozzo. Una serva tracia, racconta Platone, rise di lui, che voleva conoscere le cose del cielo e non vedeva quelle che aveva ai piedi. Ma quello sguardo storto inaugurò l’idea che il mondo si possa spiegare con il mondo stesso. Qualche secolo dopo Eratostene, a capo della biblioteca di Alessandria, notò che a Siene il sole del solstizio scendeva dritto fino in fondo ai pozzi, mentre ad Alessandria un’asta proiettava la sua ombra. Da quella differenza di pochi gradi ricavò la circonferenza della Terra, con un’approssimazione che ancora oggi stupisce. Aveva misurato il pianeta con un bastone e un’idea.
Intorno all’anno Mille Ibn al-Haytham, al Cairo, rovesciò un’opinione vecchia di secoli: non è l’occhio a mandare raggi verso le cose, sono le cose a mandare luce all’occhio. Lo dimostrò con camere oscure, specchi e lenti, facendo dell’ottica una scienza sperimentale e del dubbio un metodo. Nella Cina dei Song, Shen Kuo annotava nei suoi Saggi dello stagno dei sogni che l’ago magnetico non indica esattamente il nord geografico, e si occupava di astronomia, idraulica, farmacologia e musica con la stessa instancabile meraviglia.
Leonardo da Vinci riempì i taccuini di elenchi di cose da scoprire, e tra queste, con una tenerezza quasi comica, c’è la descrizione della lingua del picchio. Chi pensa che la curiosità sia un lusso ricordi che dalla lingua di un picchio, dal volo dei nibbi e dai vortici dell’acqua nasce un modo di guardare il mondo che ci appartiene di più quando navighiamo e voliamo. Nel gennaio del 1610 Galileo puntò un cannocchiale verso Giove e vide quattro minuscole luci danzargli accanto: il cielo non girava più soltanto attorno a noi.
Poi la curiosità si scoprì una cura contro malattie terribili e mortali. Edward Jenner, nel 1796, si chiese perché le vacche da mungere che avevano avuto il vaiolo bovino non si ammalassero di vaiolo umano, e dalla sua domanda su un mistero di campagna prese la strada che portò, due secoli dopo, all’eradicazione del vaiolo. Charles Darwin, tornato dal viaggio del Beagle, passò anni a osservare piccioni e, da vecchio, lombrichi, convinto che nulla fosse troppo piccolo per essere interrogato. Nel 1928 Alexander Fleming, rientrato da una vacanza, trovò su una piastra di batteri una muffa che li aveva uccisi tutt’attorno. Un altro avrebbe buttato la piastra. Lui guardò, e nacque la penicillina. Marie Curie setacciò tonnellate di minerale per isolare due elementi nuovi, polonio e radio, e vinse il Nobel due volte, in discipline diverse.
E poi il Giappone, la terra dei miei sguardi, Shibukawa Shunkai, nel Seicento, osservò il cielo per anni e capì che il calendario cinese, in uso da più di otto secoli, non coincideva più con le stagioni: ne compose uno nuovo, il primo nato da osservazioni giapponesi. Ino Tadataka, a cinquantacinque anni, quando gli altri si ritirano, cominciò a misurare l’arcipelago a piedi, passo dopo passo, fino a lasciare la mappa più precisa che il paese avesse mai avuto.

Quello che sono, lo devo ai miei perché

E io? Non ho scoperto continenti né vaccini. Ma so che ciò sono è fatto di domande, e che ogni svolta della mia vita ha avuto la forma di un punto interrogativo.
La prima l’ho incontrata nei calendari, ne scriverò presto. Non so dire il giorno preciso in cui è cominciata. So che a un certo punto ho scoperto che gli esseri umani non hanno contato il tempo tutti allo stesso modo, e che dietro ogni calendario c’è un popolo che racconta come guarda il cielo. Poi sono arrivati i ventiquattro sekki giapponesi e le loro stagioni minuscole: la rugiada che si fa bianca, il tuono che smette di rombare, le oche selvatiche che tornano. Un popolo capace di accorgersi della differenza tra una rugiada e l’altra mi ha insegnato la lezione più preziosa che conosca: la bellezza abita nei dettagli, e per vederli bisogna avere il tempo e il coraggio di fermarsi anche solo ad accarezzare l’erba. Da quella curiosità sono nati la mia ammirazione per i giapponesi e il mio modo di guardare le notti d’autunno.
La seconda è stata la materia. Sono un ingegnere, e ho passato parte della vita a chiedermi perché le cose reggono e perché cedono. La fibra di carbonio è stata per me una piccola rivelazione: un filamento molto più sottile di un capello, intrecciato e chiuso in una resina, diventa più forte dell’acciaio a parità di peso. Come può ciò che è quasi invisibile sostenere un carico? Volevo capire, e capendo ho imparato che anche la forza ha una trama, e che non esiste solidità senza una struttura nascosta che lavora in silenzio.
La terza è stata la più inquieta. In me convivono due modi di guardare il mondo: uno orientale, che accoglie, osserva e lascia passare; uno occidentale, che vuole misurare, afferrare, capire fino in fondo. Mi sono accorto che non si negavano, ma si rincorrevano come i due lati di un Taijitu. Ho cominciato a leggere Dōgen accanto a Seneca, Nishida con a fianco Marco Aurelio, per vedere come due mondi lontani rispondessero alle stesse domande sul tempo. In quel confronto c’è anche la radice di questo blog. Se oggi scrivo, è perché un giorno, invece di scegliere una strada, ho voluto sapere dove portasse l’altra.

Il rovescio della meraviglia

Ma ogni lode onesta ha la sua ombra, e sarebbe un tradimento tacerla. Tutto ciò che è motore scalda, e ciò che scalda troppo fonde, è un destino termodinamico.
I Greci lo sapevano. Atteone, cacciatore, volle vedere ciò che non gli era concesso: scorse Artemide al bagno, fu mutato in cervo e sbranato dai suoi stessi cani. Pandora aprì il vaso (il vaso, non lo scrigno: lo scrigno è un errore di traduzione di Erasmo) e liberò sul mondo le sofferenze. La moglie di Barbablù non resistette alla chiave proibita, e la fiaba di Perrault ci ricorda che in ogni casa c’è una stanza che dovrebbe restare chiusa. Dante mise Ulisse all’Inferno, ma gli diede il verso più alto della Commedia: «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». La curiosità gli fece varcare le colonne d’Ercole, e la stessa curiosità lo fece naufragare davanti alla montagna del Purgatorio. In un solo canto, la gloria e la rovina, che non si lasciano dividere.
Agostino chiamò questo vizio curiositas e, nelle Confessioni, lo definì «concupiscenza degli occhi»: la fame di vedere per il solo gusto di vedere, che non porta alla verità ma ci disperde. Aveva intuito ciò che la psicologia oggi conferma: esiste una curiosità che non nasce dal desiderio di capire ma dal bisogno di non annoiarsi, e per questo non si sazia mai. È quella che ci tiene incollati per ore a uno schermo, a scorrere notizie, vite altrui, litigi di sconosciuti, come il topo che preme la leva sperando nel prossimo premio. Qualcuno la sfrutta con titoli costruiti per aprire un vuoto d’informazione che solo il clic può chiudere. È una curiosità che non illumina: scambia la quantità delle cose sapute con la profondità del comprendere, e ci lascia più agitati e meno saggi.
C’è poi la curiosità che invade come una metastasi: quella che apre le lettere altrui, che spia dalle serrature, che non rispetta il silenzio degli altri. Il pettegolezzo ne è la forma domestica, la sorveglianza la forma industriale. Dov’è finito il pudore di non voler sapere tutto?
E c’è la curiosità che dimentica il prezzo. Marie Curie teneva provette di radio nel cassetto e le guardava brillare nel buio della sera. Morì nel 1934 di un’anemia che con ogni probabilità fu figlia di quelle radiazioni, e ancora oggi i suoi quaderni sono custoditi in contenitori di piombo, troppo radioattivi per essere toccati. Frankenstein, concepito da una diciottenne nell’estate del 1816 e pubblicato nel 1818, è la parabola eterna di chi sa creare ma non sa rispondere di ciò che crea. E all’alba del 16 luglio 1945, nel deserto del New Mexico, la fisica più elegante che l’umanità avesse mai concepito accese per la prima volta un secondo sole. Poi trasformato anche in una bomba micidiale.
La curiosità senza misura ci toglie tre cose. Ci toglie la pace, quando ci condanna a una ricerca che non finisce, perché è dal desiderio che nasce il dolore. Ci toglie gli altri, quando ci rende dimentichi delle loro sofferenze e dei loro limiti. Ci toglie il mondo, quando vuole sapere come si fa una cosa prima di chiedersi se sia giusto farla.

La lanterna e il passo

Che fare, allora? Rinunciare? No. Sarebbe come spegnere il fuoco per paura delle ustioni. La saggezza antica non ci chiede di spegnere la curiosità, ma di tenerle accanto una lanterna.
Lo Zen la chiama Shoshin, la mente del principiante: uno sguardo che resta aperto davanti al mondo senza la fretta di afferrarlo. I Greci la chiamavano Metron, misura. Seneca, che di curiosità inutili fece spesso bersaglio, rimproverava Lucilio di studiare per la scuola e non per la vita. Oriente e Occidente, ancora una volta, dicono la stessa cosa con parole diverse: guarda con meraviglia, ma sappi quando fermarti. Prima di aprire la porta chiediti non soltanto che cosa c’è dentro, ma a chi servirà, e chi ne soffrirà.
Domani mattina un bambino guarderà un ragno tessere la tela e si chiederà cosa stia facendo. Nessuno gli ha insegnato a farlo. È la domanda più antica del mondo, la stessa di chi salì sulla collina più alta. Custodiamola, quella domanda, come si custodisce una fiamma: abbastanza vicina da scaldarci, abbastanza lontana da non bruciarci le mani.
Elogio dunque alla curiosità, prima luce e più umana. Che non ci manchi mai la domanda, e che non ci manchi mai la mano che sa quando richiudere la porta.


Fabrizio De Andrè – Un chimico – Schola Sacri Montis