Now many moons and many Junes
Have passed since we made land
A salty dog, this seaman′s log
Your witness my own hand
(Keith Reid, Gary Brooker – Procol Harum)
Questa notizia mi è arrivata oggi, sul WhatsApp che raccoglie gli alunni del corso vela di quando eravamo giovani: sei andata oltre l’orizzonte. Ci sentivamo ormai poco, gli auguri di Compleanno, le feste importanti; due barche che hanno preso rotte diverse, però un filo sottile ancora ci faceva sentire legati dalla condivisione di anni morbidi e tiepidi come un vento di Scirocco.
C’è un istante, ogni anno, in cui il vento smette di mordere e comincia a promettere. Non è ancora estate, ma il mare lo sa già, e lo dice prima di tutti: un refolo più tiepido sul molo, un sentore diverso nell’aria, quasi dolce. Per anni quel refolo ha avuto per me un nome: il tuo nome. Sono venuto spesso in stazione quando arrivavi da Milano con una valigia, una sacca da vela sulla spalla e un sorriso che sembrava avesse già preso il sole prima ancora di scendere dal treno.
Non ricordo mai la prima estate. Ricordo tutte le estati, fuse in una sola, come fa la memoria con le cose che si sono amate troppo per essere contate una a una. Il corso di vela finiva col vento che cade al termine del pomeriggio, e noi due finivamo sulla panchina della palata, quella dove il cemento scotta, quando i pescherecci uscivano lenti, come se non avessero fretta di andare da nessuna parte. Portavo sempre una carta nautica, stropicciata, con le pieghe diventate crepe. La stendevamo tra noi come un tavolo, e io tracciavo rotte immaginarie con un dito che non aveva mai davvero governato una barca, e tu le correggevi ridendo, perché tu sì, un poco, sapevi leggere il vento, quello del futuro.
Sognavamo isole che avevano nomi impossibili da ricordare, erano solo una direzione e una promessa: un giorno, con una barca vera, andremo lì. Non contava la geometria della rotta, un paio di gradi di bussola, di meno o di più, l’unica matematica che ci interessava era quella semplice e innocente di due numeri: gli anni che ci separavano dall’essere grandi, e i giorni che restavano prima che tu dovessi ripartire per Milano.
Le rondini, in quelle estati, disegnavano nel cielo lo stesso capriccio ogni sera, ed erano leggere come quei baci che ci siamo dati per davvero, che restavano sospesi nell’aria fra due risate, fra uno scherzo e il silenzio che veniva dopo, occhi negli occhi. C’era una canzone che canticchiavi sempre tu, quella dei Procol Harum, sottovoce, quasi per non darle troppa importanza, con quelle melodie che sembrano più vecchie della pioggia, che uno le ha sempre conosciute anche la prima volta che le sente. Io, per rispondere, ti rubavo un verso e tu mi correggevi la pronuncia. Non l’abbiamo mai cantata in pubblico nelle notti di gruppo con chitarra. Era una cosa per noi.
Il tempo, si sa, non fila dritto come una scia di poppa: gira, torna su se stesso, si arriccia come i mulinelli quando forzi il timone. E infatti ogni inverno ci perdevamo di vista, e ogni Giugno il vento mi ti restituiva, identica e diversa, con un anno di vita in più stampato negli occhi. L’ultima estate, quella dopo la maturità, quella che allora non sapevo fosse l’ultima, perché nessuno lo sa mai in tempo, il tuo sorriso mi è passato addosso come una corrente di marea: qualcosa che non puoi combattere, che ti sposta anche se resti fermo.
Adesso, nonostante il freddo nel cuore per questa notizia, il vento è tornato caldo un’altra volta, e per la prima volta ho la percezione completa che non arriverai mai più, nemmeno per una vacanza con i figli, che sono diventati grandi anche loro, più di quanto lo eravamo noi.
Non scrivo questo per trattenerti, anche solo col pensiero, il mare, quello vero, insegna che non si trattiene niente, si accompagna soltanto, per un tratto di rotta. Insegna anche che ogni onda che si scioglie sulla battigia non è una perdita ma un ritorno: torna al mare che l’ha fatta, torna a essere tutto ciò che era prima di essere onda. È una consolazione piccola, quasi orientale, ma è l’unica che il mare sa offrire, ed è l’unica che voglio accettare oggi.
Delle nostre carte nautiche stropicciate non è rimasta nessuna rotta segnata davvero, non ne avevamo mai bisogno, in fondo: il senso non era mai la destinazione, ma il tempo passato a immaginarla insieme, prima che il giorno lungo impallidisse e ci richiamasse a casa.
Buon vento, ovunque tu sia adesso. Che sia caldo, come piaceva a te, e che ti porti finalmente in una di quelle isole senza nome che inseguivamo con un dito sulla carta, tanti Giugni fa, su una panchina che scottava.
Molte lune e molti Giugni sono trascorsi da quando siamo approdati
Wind turned warm – Canzone Autoprodotta
| Inglese | Italiano |
|---|---|
| Wind turned warm | Il vento si fece caldo |
| [Verse 1 – male voice] | [Strofa 1 – voce maschile] |
| Down by the footpath where summers began, | Giù lungo il sentiero dove iniziavano le estati, |
| We’d sit on the old port quay once again, | Ci sedevamo di nuovo sul vecchio molo del porto, |
| With a tattered old map crumpled soft in our hands, | Con una vecchia mappa sgualcita tra le mani, |
| Talking for hours about faraway lands, | A parlare per ore di terre lontane, |
| Murmuring stories of places we’d roam, | Mormorando storie di luoghi che avremmo visitato, |
| Tracing our futures in lines on the sea, far from home. |
Tracciando il nostro futuro come linee sul mare, lontane da casa. |
| [Verse 2 – female voice] | [Strofa 2 – voce femminile] |
| Fishing boats wander and clouds drifted by, | Barche da pesca vagavano e nuvole passavano, |
| Slowly they streched across the pale sky, | Lentamente si estendevano nel cielo pallido, |
| Kisses felt as light as the swallows when they’d soar, | I baci erano leggeri come le rondini in volo, |
| Turning and tumbling then circling once more, | Girando e volteggiando, poi ancora una volta, |
| I’d hum a melody older than rain, | Io canticchiavo una melodia più antica della pioggia, |
| Soft as a memory calling my name, clear and plain. |
Sottile come una memoria che chiamava il mio nome, chiara e limpida. |
| [Pre‑Lift] | [Anticipo] |
| Oh, how the moments stayed, | Oh, come sono rimasti vivi quei momenti, |
| Echoing softly in the songs we played… |
Echeggiando dolcemente nelle canzoni che suonavamo… |
| [Chorus – both voices] | [Ritornello – entrambe le voci] |
| When the wind turned warm, we were young and bold |
Quando il vento si fece caldo, eravamo giovani e audaci |
| Every dream we had felt like truth foretold | Ogni sogno che facevamo sembrava una profezia |
| All the stories lived in the routs we sailed | Tutte le storie vivevano nelle rotte che percorrevamo |
| Bringing us peace before the long day paled | Portandoci pace prima che la lunga giornata svanisse |
| [Verse 3] | [Strofa 3] |
| Years drifted on like when legs fidge, | Gli anni scorrevano via come gambe irrequiete, |
| Rolling and curling around every bridge, | Rotolando e arricciandosi intorno a ogni ponte, |
| I faced your smile like the tidal stream, | Ho affrontato il tuo sorriso come la corrente di marea, |
| Chasing a half-faded picture or dream, | Inseguendo un’immagine o un sogno sbiadito, |
| Yet when the gorse is golden and deep, | Eppure, quando la ginestra è dorata e rigogliosa, |
| I hear our voices as pitched as a peep, fading asleep. |
Sento le nostre voci intonate come un pigolio, che si addormentano. |
| [Chorus] | [Ritornello] |
| When the wind turned warm, we were young and bold |
Quando il vento si fece caldo, eravamo giovani e audaci |
| Every dream we had felt like truth foretold | Ogni sogno che avevamo sembrava una profezia |
| With all the stories to live in the routs we will sailed |
Con tutte le storie da vivere lungo le rotte che avremmo percorso |
| Bringing us peace before the long day paled | Portandoci la pace prima che il lungo giorno svanisse |
| [Outro – both voices] | [Finale – entrambe le voci] |
| Wind turned warm… | Il vento si fece caldo… |
| Wind turned warm… | Il vento si fece caldo… |