Dopo i Numeri ecco le Parole, Yin e Yang del mio comunicare

«Le parole sono sacre. Meritano rispetto.
Se scegli quelle giuste, nel giusto ordine, puoi spostare un pochino il mondo.»
Tom Stoppard, The Real Thing (1982)

0. Prefazione

C’è una domanda che mi hanno posto in tanti, nel corso degli anni, con la stessa sorpresa negli occhi, come se avessero appena scoperto che un pesce sa arrampicarsi sugli alberi: “Ma come fa un ingegnere a parlare così?” Sottinteso, neppure troppo velato: gli ingegneri contano, misurano, calcolano tolleranze e coefficienti di sicurezza; non si perdono dietro a un aggettivo desueto, non vanno a caccia di un verbo che pizzichi, quasi dovesse evocare una settima e non come suonerebbe qualunque altro verbo più comodo, più a portata di mano, più banale. Io quella domanda l’ho sempre accolta come un complimento travestito da offesa per la categoria, e oggi voglio provare a raccontarvi perché, per me, l’amore per le parole non è mai stato in competizione con l’amore per i numeri. Sono la stessa passione, vestita in due modi diversi: lo Yin e lo Yang del mio comunicare.

1. Il dizionario come mare aperto

Da ragazzo il dizionario non era, per me, uno strumento di consultazione: era un luogo dove abitare. Lo aprivo senza una parola precisa da cercare, così, per il gusto di vedere dove mi avrebbe portato, un po’ come si fa quando si molla l’ormeggio senza una rotta precisa, fidandosi solo del vento e della curiosità. Aprivo a caso una pagina e mi lasciavo catturare da un lemma che non conoscevo, e poi da quello accanto, e poi ancora da un rimando, da un sinonimo, da un’etimologia che apriva a sua volta un’altra porta, e un’altra ancora. Ricordo la sensazione fisica, quasi tattile, di sentire il mio vocabolario allargarsi pagina dopo pagina, come una vela che si gonfia lentamente e comincia a dare forma al vento che prima la attraversava soltanto.
Non lo facevo per esibizione: a quell’età l’esibizione non ha ancora trovato la strada per intrufolarsi tra le passioni vere, arriva dopo, quando cominciamo a guardarci con gli occhi degli altri. Lo facevo perché sentivo, con la stessa nettezza con cui un bambino sente la fame o il sonno, che ogni parola nuova era una lente in più per guardare il mondo. Chi possiede solo dieci parole per descrivere la tristezza vedrà sempre e solo una tristezza indistinta; chi ne possiede cinquanta scoprirà che esistono la malinconia e lo sconforto, l’abbattimento e la nostalgia, il rimpianto e il tedio, e che ciascuna di queste sfumature racconta un pezzo di mondo interiore diverso, con una precisione che il linguaggio povero non può restituire. Il vocabolario, per me, era esattamente questo: un’officina di lenti. E io, che avrei passato la vita a misurare tolleranze millesimali sulle fibre di carbonio, sapevo già, senza saperlo davvero, come si sa certe cose a sedici anni, per intuizione più che per ragionamento, che la precisione del linguaggio e la precisione della misura nascono dalla stessa esigenza: non accontentarsi dell’approssimazione quando la realtà, se solo la si guarda bene, offre distinzioni più fini.

2. Il pregiudizio, e la gioia di smentirlo

Poi sono cresciuto, ho studiato ingegneria, ho lavorato con i conglomerati e con le fibre di carbonio, ho passato anni a ragionare in termini di moduli elastici e di orientamento delle lamine, e mi sono ritrovato, senza cercarlo, a incarnare uno stereotipo che il mondo adora costruire e difendere: l’uomo di scienza come creatura arida, che pensa per formule e si esprime per approssimazioni brutali, incapace di cesello, ma quello l’ho imparato dalla spada. Uno stereotipo comodo, perché rassicura chi lo sostiene: se l’ingegnere parla semplice, allora io, che di parole forbite ne conosco poche, non ho nulla da invidiargli, il territorio delle parole resta mio.
Ecco, quello stereotipo io l’ho smontato ogni volta che ho potuto, non per polemica, ma perché mi divertiva farlo, e perché sentivo che era ingiusto verso entrambi i mondi. Quando scrivevo, relazioni tecniche, certo, ma anche lettere, appunti, i primi post di questo blog che avete tra le mani da diciotto anni, non rinunciavo mai a cercare la parola esatta, quella che rendeva il concetto con un’aderenza millimetrica, anche se era una parola rara, anche se costringeva chi mi leggeva a fermarsi un istante e a chiedersi cosa significasse. E quando qualcuno, sorpreso, mi diceva “non mi aspettavo che un ingegnere scrivesse così”, io sorridevo, e dentro di me provavo una gioia sottile, quasi infantile: la stessa gioia di chi ha appena vinto una scommessa che nessuno sapeva di aver fatto con lui. Perché quella sorpresa, in fondo, era la prova che la parola aveva funzionato, che aveva colto nel segno proprio perché inattesa, proprio perché arrivava da una bocca che, secondo il copione già scritto, avrebbe dovuto limitarsi al gergo tecnico.
Non ho mai pensato che complicare fosse un pregio in sé: la ricercatezza fine a sé stessa è vanità, ed è distinguibile a colpo d’occhio dalla ricercatezza necessaria. Ma quando la parola rara è quella giusta, quella che dice esattamente ciò che le parole comuni possono solo indicare da lontano, allora usarla non è sfoggio, è onestà. È lo stesso principio che mi ha guidato quando, davanti a un problema di ingegneria, rifiutavo la soluzione approssimativa che “tanto funziona lo stesso” per cercare quella esatta, quella che rispettava fino in fondo i vincoli del problema. I numeri e le parole, in questo, si somigliano più di quanto si creda: entrambi puniscono l’approssimazione con la stessa freddezza, ed entrambi premiano chi insiste a cercare l’espressione, numerica o verbale, che aderisce perfettamente a ciò che si vuole dire.

3. Il dizionario sulla cattedra

Quando poi sono diventato insegnante di informatica al liceo, quel dizionario che da ragazzo tenevo sul comodino ha trovato una nuova casa: la mia cattedra. Non lo tenevo lì per me, a quel punto conoscevo già a sufficienza le parole che mi servivano, lo tenevo lì per loro, per i ragazzi che mi guardavano un po’ interdetti quando, spiegando un algoritmo o commentando un compito, mi capitava di usare un termine che a scuola non si sentiva spesso. Vedevo le loro facce fare quel piccolo scatto, quella smorfia di chi ha incontrato un ostacolo lessicale e non sa se aggirarlo fingendo di aver capito o affrontarlo chiedendo spiegazioni.
Io non volevo che lo aggirassero. Volevo che si alzassero, letteralmente, fisicamente, si alzassero dal banco, spendessero la fatica di venire alla cattedra, aprissero quel dizionario spesso e un po’ consumato, e cercassero da soli la parola che li aveva fermati. Non era una punizione, era un invito. Sapevo bene che l’informatica, la materia che insegnavo, si regge su una logica ferrea, su una sintassi che non perdona errori, su una precisione che non ammette sinonimi approssimativi: un ciclo non è “quasi” una condizione, una variabile non è “più o meno” un valore. E allo stesso modo volevo che imparassero che anche la lingua italiana, la loro lingua madre, meritava lo stesso rigore, la stessa cura nel distinguere una parola dall’altra, lo stesso rifiuto di accontentarsi del termine generico quando ne esisteva uno più preciso.
Qualche studente si è lamentato, negli anni, che il professore di informatica “parlasse difficile”. Altri, i più, hanno preso quel dizionario come una sfida silenziosa, quasi un gioco: cercavano la parola nuova, la annotavano, e qualche settimana dopo la usavano loro, per primi, magari con un filo di orgoglio, guardandomi con la coda dell’occhio per vedere se me n’ero accorto. Me ne sono accorto sempre. E ogni volta che accadeva sentivo la stessa emozione di quando, da ragazzo, aprivo il dizionario per curiosità e ne uscivo con una parola in più: la sensazione di aver contribuito, anche solo di un millimetro, ad allargare lo sguardo di qualcuno sul mondo.

4. Numeri e parole, la stessa geometria

Mi hanno chiesto spesso quale delle due passioni sia venuta prima, se l’amore per i numeri o quello per le parole, come se dovessi scegliere una genealogia, un primogenito e un cadetto. Ma la verità è che non li ho mai sentiti come due amori distinti, bensì come due facce della stessa medaglia, o meglio, come due proiezioni dello stesso oggetto su piani diversi. Un numero primo, indivisibile, irriducibile, testardo nella sua solitudine matematica, ha per me la stessa bellezza di una parola rara e precisa, che non si lascia scomporre in sinonimi senza perdere qualcosa per strada. La proporzione aurea che ritorna nella spirale di una conchiglia e in un’architettura rinascimentale come quella della mia città non è, in fondo, così diversa dall’armonia che si crea quando in una frase ogni parola occupa esattamente il posto che le spetta, né una di più né una di meno, come in un’equazione ben bilanciata dove ogni termine ha una ragione d’essere.
Chi lavora coi numeri, se li ama davvero e non li subisce soltanto come un mestiere, sviluppa un orecchio particolare per l’esattezza, un fastidio fisico per l’approssimazione gratuita. E quello stesso orecchio, quando lo si applica alla lingua, non può che portare a cercare la parola esatta invece di quella generica, il verbo che rende il movimento invece di quello che lo accenna soltanto, l’aggettivo che coglie la sfumatura invece di quello onnicomprensivo e un po’ pigro che va bene per tutto e per niente. Non è un caso che tanti grandi scrittori abbiano avuto anche una mente matematica, e che tanti matematici abbiano scritto con un’eleganza che sfiora la poesia: la ricerca della forma perfetta, che sia una dimostrazione o una strofa, nasce dalla stessa insofferenza per il pressappoco.

5. Paroliamo, o il gioco come altra faccia dello studio

Ma l’amore per le parole, in me, non ha mai avuto solo la faccia seria dello studio: aveva anche quella, più leggera e sfacciata, del gioco. E il gioco, per anni, ha avuto un nome preciso: Paroliamo. Mi sedevo davanti alla televisione con la stessa disposizione d’animo con cui altri si sedevano davanti a una partita di calcio, pronto a tifare per i concorrenti e mettere in gioco anche me stesso, a scommettere in silenzio se avrei indovinato la parola più lunga prima e meglio dei concorrenti in studio. Non mi interessava vincere qualcosa che non fosse la soddisfazione di aver visto giusto: mi interessava il brivido piccolo e ripetuto, scandito dal conto alla rovescia, di veder emergere, lettera dopo lettera, una parola che magari conoscevo appena, o che conoscevo bene, ma non avevo mai visto scomposta in quel modo, ridotta all’osso delle sue lettere essenziali, come uno scheletro che aspettava di rivestirsi di significato. Una ricerca archeologica alla Indiana Jones del dizionario.
Era un gioco, sì, ma era anche un allenamento, a volte le parole proposte mi erano sconosciute e così potevo scoprire termini che andavo a cercare per curiosità, per assicurarmi di aver capito bene il loro significato esatto e non solo la loro forma; imparavo che una parola può nascondersi dietro un anagramma, può assomigliare a un’altra e trarre in inganno, può avere più di un significato e quindi più di una strada per essere raggiunta. Mi sono divertito con Paroliamo tanto quanto mi sono divertito, da ragazzo, con il vocabolario aperto sulle ginocchia: due modi diversi di fare la stessa cosa, di trattare il linguaggio non come un dovere ma come un terreno di gioco, dove la serietà della precisione e la leggerezza del divertimento, lungi dall’escludersi, si tenevano per mano. Per questo motivo ho avuto voglia di scrivere un po’ di codice e farlo diventare un HTML da integrare al post, allo stesso modo con il quale il Sudoku ha preceduto queste righe. Spero possa divertire anche chi passa di qui.

6. Il congedo

Anche se lavoro ancora come ingegnere, oggi sono in pensione dall’insegnamento, ma non certo dalle parole né dai numeri, quel dizionario è ancora qui, in casa, parecchio vissuto, con la costola verde che si è staccata da un lato per quante volte l’ho aperto e richiuso in tanti anni. Non lo uso più per imparare le parole di base, quelle, di quelle la corretta scrittura le cerco in rete, però continuo ad aprirlo di tanto in tanto, per il gusto puro di ritrovare una parola dimenticata, o per verificare che quella che sto per usare sia davvero quella giusta e non solo quella che mi viene più comoda. È lo stesso gesto di quando avevo sedici anni, la stessa curiosità intatta, lo stesso rifiuto, cocciuto, quasi caratteriale, di accontentarmi dell’approssimazione, sia essa in una formula o in una frase.
Se qualcuno, oggi come allora, si stupisce che un ingegnere scriva così, io continuo a prenderlo come un complimento. E se qualche mio ex studente, incontrandomi per strada a Rimini, mi cita ancora una parola imparata su quel dizionario appoggiato sulla cattedra, allora so che quel piccolo gesto, tenerlo lì, a disposizione, come un invito silenzioso, non è stato vano.
Buon divertimento con le parole!


Roberto Vecchioni – “Parola”