Mi piace pensare
che ogni foglia che cade
racconti una piccola
storia: qualcosa che è stato,
qualcosa che abbiamo
lasciato andare
e qualcosa che deve
ancora arrivare.
(parole regalatemi da Flora pensando a questo post)
La luce di Sōkō
Il parco dietro casa mia, a fine ottobre, ha una luce che non riesce a scegliere tra l’oro e il rame. Il sole è basso e filtra tra i rami ormai radi come l’acqua attraverso una rete. Il tramonto arriva prima da un giorno all’altro, con il cambio di ora. Le ombre dei platani si allungano sul prato fino a sfiorare la panchina dove mi siedo da anni, quando ho bisogno di non fare nulla. Il calendario giapponese segna Sōkō (霜降), la discesa della brina. La brina non è ancora arrivata, ma l’aria ne ha già il sapore: metallo freddo, terra bagnata, il fumo lontano di un camino. Le foglie cadono senza fretta e senza rumore, e si posano sul sentiero in file irregolari, come le righe di una lettera lunghissima scritta a qualcuno che non risponde.
Due viandanti sulla panchina
Ero lì con la voglia di thè nella gola e nessun pensiero degno di nota quando ho immaginato due uomini arrivare dal fondo del viale. Camminavano piano, con il passo di chi non ha appuntamenti e per questo non è mai in ritardo. Il primo aveva l’aria di un maestro di campagna: giacca di panno consunta, cappello floscio, baffi folti e occhi che hanno visto finire molte estati senza smettere di commuoversi. L’altro era magro, con un cappello di paglia, un mantello da viaggio color terra e un bastone di bambù. Aveva la leggerezza dei pellegrini che hanno attraversato un intero paese a piedi.
Non mi hanno chiesto il permesso. Si sono seduti sulla panchina accanto alla mia e io ho capito, con la stessa certezza con cui si riconosce un ritratto su Wikipedia, chi fossero. Non vi dirò i loro nomi. Se avete amato un po’ di poesia li avete già riconosciuti, altrimenti riconosceteli dai versi.
I versi di due stagioni
Fu il romagnolo a rompere il silenzio, ma così piano che sembrava parlasse agli alberi. Guardava il prato punteggiato di foglie e ha recitato, come si recita ciò che si è imparato da bambini e non si è mai dimenticato:
Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore…
Poi è saltato in fondo, ai versi che a scuola mi avevano fatto un po’ paura:
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.
Il giapponese non conosceva una parola di italiano, eppure ha chiuso gli occhi come si fa quando comincia una musica. Ha aspettato che l’ultimo verso finisse di cadere e poi ha risposto con la sua voce asciutta, scandendo le sillabe come passi su un sentiero:
東西あはれさひとつ秋の風
higashi nishi awaresa hitotsu aki no kaze
Da Est a Ovest
la stessa malinconia:
Vento d’autunno.
Sono rimasti zitti a lungo, e quel silenzio era una conversazione. Diciassette sillabe da una parte, una strofa dall’altra, e dentro ci stava la stessa cosa. L’autunno è l’ora in cui si vede ciò che manca. Che sia l’estate dei nostri morti o un vento di malinconia, non è una condanna, ma una forma di nitidezza. Quando tutto il verde smette di nascondere i rami, scopriamo com’è fatto davvero l’albero. Quando smettono i rumori, scopriamo come risuona il vento.
Il mio autunno
Io ascoltavo e pensavo al mio autunno, che non è mai una stagione sola. Scrivo su queste pagine da diciotto anni e già nel 2008, a novembre, avevo dedicato un post alle foglie che cadono. Le foglie non sono cambiate di una virgola. Io sono cambiato quasi in tutto, e forse proprio per questo oggi le guardo meglio. Il mare, in questa stagione, mi racconta la nostalgia di chi sa che il vento buono tornerà, ma non sa dire quando. La sera, a casa, lo Iaito riposa nel Tachi-kake e il corpo ricorda i gesti con una pigrizia dolce. Ho imparato che il languore dell’autunno non è tristezza: è la dolcezza dell’ora in cui tutto rallenta e il mondo smette, per un po’, di pretendere.
C’è una luce, nel tardo pomeriggio, che fa sembrare ogni cosa un ricordo mentre sta ancora accadendo. Il platano davanti a noi lasciava andare le foglie una alla volta, senza trattenerne nessuna, e queste scendevano oscillando, giravano su sé stesse, si fermavano un istante nell’aria come per ripensarci e poi si arrendevano. A un certo punto una è passata davanti al volto del poeta giapponese, a un palmo dal naso. Lui ha sollevato la mano e l’ha salutata.
L’invito
È stato allora che mi ha guardato per la prima volta. Ha detto poche parole facili da tradurre, con un sorriso da vecchio zio:
«Nessuno attraversa un parco d’autunno senza lasciarci una poesia. Oggi le foglie salutano, e vorrei sapere con quale mano le saluta lei. Un haiku, in giapponese, se non le dispiace.»
Il mio giapponese è quello di un allievo ostinato: qualche kanji, molta buona volontà e una grammatica che troppe volte mi tradisce. Eppure non ho potuto dire di no. Ho aperto il mio taccuino e ho cominciato a contare le sillabe sulle dita, le stesse che stringono l’elsa della spada, cinque, sette, cinque, mentre le foglie continuavano a cadere con una pazienza che mi vergognavo di non avere. Ho cancellato tre versioni. Alla fine ho scritto quello che vedevo, che poi è sempre la regola:
Un haiku per le foglie
散る紅葉
手を振りながら
土へ行くChiru momiji
te o furinagara
tsuchi e yukuFoglie rosse che cadono:
salutando con la mano
vanno verso la terra.
Ho porto il taccuino con un po’ di imbarazzo. Il giapponese ha letto muovendo appena le labbra, poi ha sorriso, e il romagnolo mi ha spiegato perché. Nella sua lingua le manine dei neonati si dicono «foglie d’acero» (紅葉のような手), e il paragone è tra i più teneri che esistano. Io avevo fatto il contrario: avevo dato alle foglie le mani. In quel gesto, mi ha detto, c’era qualcosa che il maestro avrebbe chiamato karumi, leggerezza. Una foglia che si congeda agitando la mano non annuncia la morte, la saluta con un’allegria strana, quasi infantile.
Il momiji nel verso è la parola che dice l’autunno. Il furu (振る) è il gesto del saluto, ma anche quello con cui si scuote un ramo o si fa vibrare una lama. E tsuchi, la terra, è dove tutto torna senza drammi, perché quello che cade non è perduto, ha solo cambiato casa, come farò presto anche io. Il resto, nel taccuino, è venuto di seguito, in italiano, perché certe cose le so dire meglio nella lingua con la quale ho imparato a piangere:
Le manine delle foglie
Non cadono, salutano:
mille manine rosse e gialle
che non chiedono di restare.
Una per ogni estate,
una per ogni voce che ho amato
e che ora parla soltanto con il vento.
Il ramo le lascia andare
senza trattenerle,
e forse è il modo più giusto
di voler bene.
Mata ne, aki
Nessuno ha detto niente. Il sole si era ormai appoggiato ai tetti delle case, e il parco aveva assunto quel colore di miele vecchio che dura pochi minuti e che chi lo ha visto una volta rincorre per sempre. I due poeti si sono alzati insieme, senza accordarsi. Il romagnolo ha raccolto una foglia da terra, l’ha rigirata tra le dita come si fa con una moneta antica e me l’ha messa in mano, senza una parola. Il giapponese si è inchinato, un inchino breve e giusto, di quelli che non si improvvisano, e io mi sono ritrovato a ricambiarlo, in piedi, con le mani appena fredde.
Li ho immaginati allontanarsi lungo il viale, uno con il cappello floscio e uno con quello di paglia, e a ogni passo la distanza li rendeva più simili, due figure scure nella luce che se ne andava. Poi i platani li hanno restituiti al buio e sulla panchina accanto alla mia sono rimaste due foglie, posate una vicino all’altra, come due persone che hanno ancora qualcosa da dirsi.
Sono rimasto lì finché le luci del parco si sono accese sfidando a dare luce anche quelle delle case vicine. Questa sera, quando passerete accanto a un albero spoglio o a un viale di foglie, fermatevi un momento. Non per tristezza: per educazione. Qualcuno, lassù, vi sta salutando con la mano.
またね、秋。
Mata ne, aki. A presto, autunno.
Miles Davis and Cannonball Adderley – Autumn Leaves
Nelle mie passeggiate mattutine anche se è buio e i colori non si vedono … le foglie ci sono. Sono un pò attaccate agli alberi, un pò a terra. Non sono ancora tutte colorate proprio come in autunno. Solitamente lo sono di più … rosso, giallo … quest’anno sembra cambino più lentamente. E oltre al cielo con la sua luna, domani guarderò se qualcuno da lassù mi sta salutando 🙂
けふの月馬も夜道を好みけり
Kefu no tsuki / uma mo yomichi wo / konomikeri
Luna di metà autunno.
Anche il cavallo ama
la strada di notte
(Matsuo Bashō)
Quindi mi saluterà un cavallo? 🤗
Il senso del Haiku è diverso: il cavallo sarà felice nonostante la giornata di duro lavoro. Almeno io lo leggo così
Niente cavalli sta mattina ma la luna mi ha fatto cucù dalle nuvole 😁
Il cavallo era un elemento simbolico, quello della fatica dopo un giorno intero di lavoro. Gli haiku hanno solo 17 sillabe disponibili, è complicato farci stare dentro pensieri troppo sviluppati, e in italiano peggio ancora perché ha molte sillabe, più del giapponese. Ma è proprio bello scrivere haiku: una palestra per la mente, con tutte le cose che deve comunque contenere in quello spazio ristretto.
Penso che sia un mondo da imparare, molto affascinante
È vero ma ti metto in guardia… provoca dipendenza 😉
Suppongo di sì 🙂 ehehehe
Come le foglie
i versi non restano
per sempre verdi
No ma magari si colorano come le foglie che cadono 🙂
Ecco il senso del Sabi, i versi sono destinati a scomparire proprio come le foglie che diventano humus, non ci saranno più, ma daranno vita a qualcosa di nuovo: nuove poesie. Proprio questo è il senso da cercare in un Haiku.
Molto bello … mi ha fatto molto riflettere
Bene, sei pronta a sperimentare le tue doti di haijin (俳人) ovvero autrice di Haiku ricorda sempre 5-7-5 sillabe per iniziare
Eh? Mi sa che non sono pronta
Chissà forse è il caso … bisogna anche credere in se stessi
Se non ci credi tu per prima come puoi aspettarti che lo facciano gli altri?
Eh sì è vero …
💪🏻
È semplicemente meraviglioso perdersi tra le righe di questo tuo post.
Mi hai fatto posto su quella panchina tra la luce d’oro e il rame…. sfumature d’autunno che si sentono sulla pelle ma che raramente si trovano scritte con tanta nitidezza.
Mi ha colpita profondamente il passaggio in cui descrivi quel silenzio tra il poeta romagnolo e quello giapponese come una vera e propria conversazione.
L’idea che l’autunno sia l’ora in cui si vede ciò che manca non come condanna ma come forma
di nitidezza…. è un pensiero stupendo che scalda il cuore.
E che dire di quella luce color miele vecchio che dura pochi minuti?
Quella….insieme al congedo finale dalle foglie… è pura POESIA.
Grazie davvero per avermi portata con te in questo parco senza tempo….. tra passi di poeti e silenzi che sanno parlare.
Ti auguro una serata serena Max
Cara Amica, il tuo commento è stato per me come lo scirocco che ha intiepidito questo pomeriggio, proprio quando la luce cominciava a farsi rame e il parco si svuotava di rumori. Sapere che hai trovato posto su quella panchina, accanto a me, mi riempie di una gioia semplice e profonda, di quelle che non hanno bisogno di troppe parole per essere vere.
Mi commuove che ti sia fermata proprio sul silenzio tra Giovannino Pascoli e Basho. É vero, è un passaggio sottile, quasi un sussurro, eppure tu lo hai ascoltato in modo perfetto, e questo è il dono più raro che un lettore possa fare a chi scrive. Anche l’autunno, come dici tu, ci insegna a guardare ciò che manca senza farne una condanna: una forma di nitidezza gentile, che ci rende più teneri verso noi stessi e verso gli altri.
E quella luce color miele vecchio, che dura soltanto pochi minuti… l’hai vista anche tu, ed ero quasi timoroso di non riuscire a raccontarla sulla pagina. Se tu l’hai percepita, vuol dire che per un istante è rimasta davvero. Grazie per averla accolta con tanta delicatezza.
La tua stima mi onora, e te la restituisco intera: i tuoi passi nel mio parco senza tempo sono sempre i benvenuti, e ogni tuo commento è per me una piccola lanterna accesa lungo il sentiero. Ti abbraccio con affetto sincero, e ti auguro una serata serena, con una notte di luna e molte stelle che ammiccano dal cielo.
……..e chissà quella panchina quante poesie quante storie avrebbe da raccontare avendo sentito le parole di uomini saggi che si raccontano le loro vite le proprie esperienze i loro fallimenti e successi…..quello che vorrebbero ancora raccontare e dire a questo mondo….. tutto quello che hanno dentro e che a volte le parole non possono descrivere ma solo il silenzio della vita che trascorre attraverso la bellezza di quelle foglie autunnali possono dire.
Nel salutarti e augurandoti buona giornata ti lascio con questo video……
Ho trovato intrigante immaginare due personaggi, che avrebbero potuto frequentare lo stesso posto, incontrarsi sulla panchina del parco vicino a casa mia, poter parlare con loro ed ascoltare la loro storia. Ce ne saranno altri di incontri virtuali che ho già scritto in bozza, porta pazienza. Sono dell’idea che gli artisti famosi non muoiano mai del tutto. Il loro scrivere, dipingere, fare musica, resta con noi e con le generazioni che verranno, per cui sarà come averli incontrati. Forse non avranno raccontato tutto della propria vita e di certo non alcune di quelle cose che si possono confessare soltanto su una panchina solitaria. È comunque abbastanza per conoscerli almeno un po’. Ti ringrazio per questo video, trovo che quello sia il modo vero per insegnare. Sull’albero del Tasso vorrei aggiungere un racconto di Campanini sulle sue Vite degli uomini illustri. Da ultimo un saluto per te, ed uno che porterai, ti prego, a quella quercia longeva che tiene lezioni dal Gianicolo, altro angolo magico di Roma.
Buoni pensieri e a presto.
Ho trovato queste parole e venuto in mente il tuo blog…..
Mi piace pensare
che ogni foglia che cade
racconti una piccola
storia: qualcosa che è stato,
qualcosa che abbiamo
lasciato andare
e qualcosa che deve
ancora arrivare.
Buona giornata
Mi sono commosso, te lo dico con assoluta sincerità. Il fatto che tu abbia trovato parole e pensato alle mie è un momento di piacevole meraviglia della quale voglio ringraziarti con molta intensità. Sono parole perfette quelle che mi regali, perché dentro ogni momento che passo nella natura, questa comunica con me e mi racconta dello scorrere del tempo. Sì, davvero parole perfette, che meritano un posto speciale. Spero che la tua giornata sia cominciata bene quanto la mia grazie a te.
Max