0. Premessa
Si avvicina Samhain, commercialmente diventato Halloween. In un post precedente ho parlato del suo contraltare giapponese con la Parata notturna dei cento demoni.
Quest’anno aggiungo altri pensieri a tema unendo tradizioni delle due parti del mondo
1. La voce sull’acqua
In certe notti di mare il silenzio cambia consistenza. Non è assenza di rumore: l’acqua continua a battere contro lo scafo e il sartiame a fare il suo lamento sottile. Ma sopra tutto scende la nebbia come un panno bagnato, e i suoni diventano vicini e lontani insieme, come quando si parla con la testa sott’acqua. In quel momento, raccontano i vecchi pescatori giapponesi, può accadere che la barca non sia più sola.
Prima arriva un pallore tra le onde. Poi il mare sembra sollevarsi in forme: figure grigie e bagnate, dai contorni indecisi come quelli di un pensiero. Salgono lungo la fiancata e appoggiano le mani sul bordo. Una voce che non è di nessuno e che è di tutti dice la sola frase che conoscono: Hishaku o kase, prestaci un mestolo.
Sono i Funayūrei, 船幽霊, i “fantasmi della nave”. Se avessi ancora una barca di notte e ricevessi questa richiesta, credo che il cuore mi si fermerebbe un istante. Poi mi ricorderei del trucco, e del fatto che la saggezza di un popolo di marinai sta spesso in un gesto piccolo e quasi ironico.
2. Il dono che non può essere usato
Il mestolo in questione è L’Hishaku (柄杓), un cucchiaio di bambù o di legno con il lungo manico, uno degli oggetti più umili e più ovunque del Giappone. I fantasmi non lo vogliono per bere. Lo vogliono per riempire la barca: un colpo dopo l’altro scaricano acqua dentro lo scafo, finché il legno scende sotto la linea del mare e i vivi vanno a fare compagnia ai morti.
Rifiutare non basta, perché chi nega il mestolo viene trascinato giù comunque. Obbedire e basta è la fine. La tradizione indica una terza via, la più elegante: consegnare l’Hishaku dopo averne tolto il fondo. È il Sokonuke Hishaku, il mestolo bucato. I fantasmi lo afferrano con la gioia terribile di chi ha atteso per secoli, e cominciano a versare. Versano e versano, ma l’acqua attraversa il mestolo e ricade nel mare. La barca resta asciutta e i fantasmi non si accorgono di niente, perché ciò che chiedevano era un fare, non un risultato.
Si dice che i marinai prudenti portassero a bordo mestoli già pronti. Una barca giapponese di una volta aveva dunque, tra le sue dotazioni di sicurezza, un oggetto sbagliato di proposito, tenuto con cura accanto agli attrezzi giusti. Da ingegnere, questo dettaglio mi commuove più di quanto dovrebbe. Siamo abituati a pensare il progetto come aggiunta: più resistenza, più capacità, più tenuta. Qui il capolavoro progettuale consiste nel togliere l’unica cosa che rende utile l’oggetto, e nel farlo per amore della vita.
3. Lo stesso oggetto, nelle mani del thè
Chi segue questo blog da tempo sa che l’Hishaku mi è già capitato tra le mani, quando raccontavo il thè nel 2010. Nella cerimonia del thè (Chanoyu) il mestolo è un piccolo sacerdote della misura. Con un movimento senza scarti attinge l’acqua calda dal bollitore e la versa nella ciotola, e ogni gesto ha un punto preciso in cui si ferma. Il mestolo si tiene, si appoggia, si solleva; lo si posa sul bordo del bollitore con un angolo che dice tutto, perfino la fine di una serata. Alle porte dei templi lo stesso strumento serve per il Temizu, il lavarsi le mani e la bocca prima di entrare, perché il sacro si avvicina solo con acqua pulita.
Metto vicini questi due usi e mi vengono i brividi, perché è lo stesso oggetto. Nella sala da tè accoglie, purifica, misura l’ospitalità. In mano ai morti è uno strumento di annegamento. Non cambia una fibra del bambù: cambia chi lo tiene, per quale scopo, in quale buio.
C’è una lezione che il Giappone sa dire meglio di noi, e cioè che gli oggetti non hanno morale. L’Hishaku non è né buono né cattivo: è un’estensione della mano che lo regge. E allora il gesto del marinaio assume un senso più profondo. Togliere il fondo vuol dire sottrarre all’oggetto la sua possibilità di essere arma, senza distruggerlo, anzi lasciandogli la sua forma intera di mestolo, il suo manico, il suo peso nella mano. Il fantasma riceve esattamente quello che ha chiesto, e quel che ha chiesto non può farci male.
4. L’anfora forata e la cera nelle orecchie
L’Occidente conosce un’immagine gemella, e conoscerla fa venire il capogiro. Nella mitologia greca le Danaidi, le cinquanta figlie di Danao che nella notte di nozze uccisero i loro sposi, sono condannate nell’Ade a riempire d’acqua un orcio senza fondo. Anche loro versano e versano. Anche per loro l’acqua scappa via. È la pena dell’inutilità perfetta, la fatica che non lascia traccia.
Nel mondo greco il recipiente forato è il castigo; nel mondo giapponese è lo stratagemma. Lì è la condanna inflitta dagli dèi ai colpevoli; qui è la gentile astuzia dei vivi, che consegnano l’eternità dell’inutile a chi altrimenti vorrebbe trascinarli giù. Lo stesso oggetto, lo stesso difetto di fabbricazione, rovesciato nella funzione: dalla pena all’arma di difesa.
E c’è un altro confronto, forse ancora più rivelatore, quello con le Sirene. Davanti a una voce che dal mare chiama, Ulisse sceglie la cera e le funi: tappa le orecchie ai compagni e fa legare sé stesso all’albero, per ascoltare il canto senza potervi cedere. È una strategia di resistenza, fondata sulla forza di volontà e sul vincolo. Il marinaio giapponese non si lega e non si tappa le orecchie. Ascolta, risponde, dà alla voce quello che chiede, e lo fa in una forma che disinnesca la richiesta. Da una parte la volontà che si incatena per non cedere; dall’altra l’intelligenza che cede senza perdersi. Mi pare uno dei punti in cui Oriente e Occidente, dalle due sponde di uno stesso mare di paure, si guardano e riconoscono d’essere vicini.
5. Chi sono davvero quelle mani
Resta una domanda: chi sono i Funayūrei? La tradizione risponde in modo concreto. Sono le anime di chi è morto in mare, di naufraghi e annegati senza una tomba e senza qualcuno che continuasse a pregare per loro. Nel buddismo giapponese esiste una categoria precisa per queste presenze: i Muenbotoke (無縁仏), i defunti “senza legami”, senza discendenti che ne custodiscano il ricordo. E il mondo dei morti dimenticati si affolla di Gaki, gli spiriti affamati, tormentati da una sete e da una fame che nessun cibo placa.
Per loro esiste un rito antico, il Segaki (施餓鬼), “nutrire gli spiriti affamati”, che si celebra soprattutto nei giorni dell’Obon, quando i morti tornano a visitare le case. Si offrono acqua, riso, preghiere. È il contrario esatto del mestolo bucato: invece di eludere la fame dei morti, la si riconosce e la si sazia, per quanto possibile, con attenzione.
Per questo trovo la leggenda doppia, quasi due facce della stessa pietà. La trappola serve ai vivi che devono tornare a casa. Il rito serve ai morti che non hanno più casa. Il mestolo bucato è l’espediente di chi deve sopravvivere; il Segaki è il rimorso, o la tenerezza, di chi sopravvive e sa di avere accanto un debito. Ed è curioso, ma non troppo: i Funayūrei si fanno vedere soprattutto nelle notti di nebbia, di tempesta e nei giorni dell’Obon. Cioè quando il mondo dei morti è più vicino, e a volte chiede.
6. Un’altra nave, un altro dolore
Spettri familiari su mari altrettanto familiari. L’Occidente ha il suo fantasma di mare più famoso nella figura dell’Olandese Volante. Il capitano, che la leggenda in certe versioni chiama Vanderdecken, giura che doppierà il Capo di Buona Speranza a dispetto della tempesta, anche se dovesse navigare fino al giorno del Giudizio. Il cielo lo prende in parola. Da allora la nave non può approdare: vaga sulle acque con l’equipaggio spettrale, appare alle navi nella burrasca e segna sventura a chi la vede. Era un’immagine già viva nei racconti dei marinai prima di diventare opera e romanzo: Wagner ne fece, nel 1843, uno dei suoi primi capolavori.
L’Olandese e i Funayūrei sono dolori diversi. L’Olandese è una colpa che non finisce: un uomo ha sfidato il mare con superbia, e ora la sua nave è l’ostinazione stessa, condannata a non toccare mai la terra. I Funayūrei sono invece un lutto che non finisce: gente che non ha fatto nulla di male, se non morire senza nome, e che cerca compagnia nell’unico modo che le è rimasto. Nel primo caso, la domanda è: che cosa ho giurato, e a chi? Nel secondo: chi ho dimenticato? Sono le due grandi paure che il mare insegna, quella di essere puniti e quella di essere dimenticati.
7. Il fuoco sull’albero
Poi ci sono le luci, che i marinai hanno sempre saputo leggere. Quando l’aria è carica di elettricità, prima o dopo la tempesta, sulle estremità appuntite della nave, le cime degli alberi, le crocette, le antenne, può comparire un bagliore azzurro e silenzioso, che sfrigola e non brucia. È il fuoco di Sant’Elmo. Oggi sappiamo che è una scarica a effetto corona: un campo elettrico molto intenso ionizza l’aria attorno alle punte, e l’aria illuminata sembra respirare. Nessuna magia, e tuttavia chi l’ha visto una volta racconta che le braccia si abbassano da sole.
Il nome viene da Erasmo di Formia, il vescovo martire diventato protettore dei marinai, e il suo fuoco veniva letto come un segno di custodia: il santo che passa a controllare la nave. Gli antichi, prima di lui, vi vedevano i Dioscuri, Castore e Polluce: se le fiamme erano due, lo scampo; se ne appariva una sola, Plinio dice che i naviganti vi leggevano Elena, e con lei sventura. Dentro la stessa luce, la stessa fisica, la gente ha letto per secoli la salvezza e la rovina.
Il fuoco di Sant’Elmo è la prova più limpida di una cosa che mi sta a cuore: il mondo dà fenomeni, e l’uomo li traduce in storie per poterli abitare. Il fantasma che sale dalla fiancata e la fiamma azzurra sull’albero sono due risposte allo stesso bisogno, dare un volto a ciò che il mare fa di notte, nella profonda oscurità.
8. I miei mestoli senza fondo
Ho passato la maggior parte della mia vita professionale a far funzionare le cose: calcolare, verificare, chiudere i conti. Un oggetto che non deve funzionare è per me uno scandalo e una rivelazione insieme. Ma negli ultimi tempi ripenso spesso al mestolo bucato, e non per i fantasmi.
Ci sono notti, e credo ci siano per tutti, in cui qualcosa sale dalla fiancata della mente e chiede un mestolo. Un pensiero, un rimpianto, una conversazione che non ho avuto, un conto che non torna. Chiede di fare: di ripassare, di rispondere, di riempire la barca di acqua sua. E la mia reazione abituale è di quelle che conosciamo: o lo scaccio con rabbia, e lui sale lo stesso, oppure gli do il mestolo vero, mi metto a ragionare, e prima dell’alba la barca è piena.
La tradizione del mestolo bucato propone una terza cosa, fuori dalla logica aristotelica come piace a me, la sento più saggia di molti manuali. Lasciare che il pensiero compia il suo gesto, senza dargli ciò con cui affondarmi. Fargli attingere, versare, attingere ancora, mentre l’acqua passa e ritorna al mare. Non lottare contro la voce, non metterle il fondo. Ascoltarla, riconoscere che c’è, e lasciarla fare il suo giro a vuoto.
Dōgen, il maestro zen di cui questo blog ha parlato tante volte, scrive nel Genjōkōan che l’illuminazione è come la luna che si riflette nell’acqua: la luna non si bagna e l’acqua non si appesantisce. Lo ripeto spesso, perché dentro c’è tutto: una presenza che attraversa senza trattenere e senza ferire. Il mestolo senza fondo è la stessa idea in forma di attrezzo. Ciò che passa, passa. Ciò che chiede, ottiene a sua volta, e se ne va.
C’è anche, ora che ci penso, una parte di me che è il fantasma. Quella che chiede e che non smette, che cerca di riempire lo scafo di altri, che si aggrappa al bordo della vita di qualcuno perché non sa più dove approdare. A volte avrei bisogno che qualcuno, con garbo, mi desse il mestolo bucato. Ho bisogno di essere ascoltato senza essere assecondato, di far scorrere il mio affanno senza che affondi nessuno. È la gentilezza più rara: quella che non dice di no e non dice di sì, e lascia alla fatica il tempo di finire da sola.
9. Una lanterna, invece del mestolo
Halloween è dietro l’angolo, e con lui la vecchia soglia europea tra i vivi e i morti. Un anno fa, scrivendo di come il Giappone vive questa stagione, mi era rimasta addosso un’immagine che oggi ritrovo qui: durante l’Obon, in molti luoghi, si affidano all’acqua delle lanterne di carta, i Tōrō nagashi (灯籠流し). Si accendono, si posano sul fiume o sul mare e si lasciano andare. Piccole luci che scivolano sull’acqua nera, a guidare i morti verso casa e ad accompagnare chi non l’ha trovata.
Forse è questa la lettura più dolce del mestolo senza fondo. Il marinaio ha ragione a difendersi: la prudenza è un dovere verso chi ci aspetta a terra. Ma sa anche che l’acqua è piena di persone, e che chi ha il mestolo bucato in tasca è, in fondo, uno che ha capito di non poter salvare tutti e non ha smesso di pensarli. Una barca, di notte, può dare un mestolo che non serve, e poi, al mattino, una lanterna.
Se una notte qualcuno ti chiederà un mestolo dalla fiancata, tu dagli quello che non può farti male. Ma ricordati, al ritorno, di accendere una luce per lui.
10. Flying Dutchman Curse
Non è la replica del capitolo 6. È la spiegazione del brano che accompagna questo scritto. Accanto ad una produzione intensa di post, che prima o poi andrò a smaltire, c’è anche quella musicale che merita un piccolo inciso. Mi piace sperimentare, non solo da un punto di vista della lingua, quelle che provo ad usare vanno oltre inglese e giapponese ma si spingono a lingue diffuse, come quelle europee, fino a qualche accento più folk e popolare come quella ballata di mare che non poteva che essere in bretone, patria di grandi navigatori. Anche questa è una ballata di mare, ma in inglese; la stanza melodica di sottofondo è evidente, con uno Shantyman che intona i versi narrativi, dentro a strutture modali arcaiche tipiche della musica folk britannica (come il modo doriano o mixolidio). La sperimentazione sta nel genere che non ho mai coltivato molto: quello del metallo pesante, dei distorsori a surriscaldarsi e dello Screaming. È il mallo rugoso di questa noce sonora. Il testo è il racconto della maledizione del Flying Dutchman e del suo equipaggio dannato a solcare i mari per l’eternità. In prossimità della vigilia di Ognissanti credo ci possa stare. Ecco quindi un lato più oscuro della mia anima musicale. 🤟🏻
| Flying Dutchman Curse Beneath the moon so sad it weeps We ride the tide where no one sleeps Our bony hands grip lines of dread Forever bound though long we’re dead Oh the ocean calls and we obey A cursed crew in disarray With hollow eyes and hearts of stone We’ll sail these waves ‘til time’s unknown The stars above they mock our plight They shine for others not our night Our voices crack like torned sails Lost to whispers and mournful wails Oh the ocean calls and we obey A cursed crew in disarray With hollow eyes and hearts of stone We’ll sail these waves ‘til time’s unknown No rest for us no goodness grace Just ceaseless dark this haunted place The wind it howls the sea it moans Our laughter’s gone we’re only bones The Flying Dutchman knows no way We drift in the dead calm we stay No ports await no shore to find Just ghostly waves and brine unkind |
La maledizione dell’Olandese Volante Sotto una luna così triste che piange Cavalchiamo la marea dove nessuno dorme Le nostre mani d’ossa stringono cime d’angoscia Legati per sempre, sebbene morti da tempo Oh, l’oceano chiama e noi obbediamo Una ciurma maledetta e allo sbando Con occhi vuoti e cuori di pietra Solcheremo queste onde fino alla fine dei tempi Le stelle lassù si beffano della nostra sorte Brillano per altri, non per la nostra notte Le nostre voci si spezzano come vele squarciate Perdute tra sussurri e lamenti funebri Oh, l’oceano chiama e noi obbediamo Una ciurma maledetta e allo sbando Con occhi vuoti e cuori di pietra Solcheremo queste onde fino alla fine dei tempi Nessun riposo per noi, nessuna grazia divina Solo un’oscurità incessante in questo luogo maledetto Il vento ulula, il mare geme La nostra risata è svanita, siamo solo ossa L’Olandese Volante non conosce rotta Alla deriva, immobili nella bonaccia Nessun porto ci attende, nessuna riva da trovare Solo onde spettrali e una salmastra crudeltà |
Canzone Autoprodotta
Bella bella bella a me il metal piace proprio e ti è riuscita bene. Ricorda un pò qualcosa di celtico. Sì ad Halloween ci vuole.
Mi piace anche riflettere su il difendersi dai fantasmi col mestolo bucato o sulle punizioni divine di chi magari pecca di presunzione.
Questo poi mi ricorda quel post sulla tristezza, di accoglierla finchè non diventa quasi amica … e poi se ne va
La musica celtica ce l’ho sotto pelle. Non faccio mistero che il nucleo della canzone è comunque una ballata di mare sulla quale ho intessuto un po’ di metallo pesante, mentre una voce urlante, che trovo adatta all’imminenza della festa di Ognissanti, racconta della sventura dell’equipaggio fantasma più famoso delle tradizioni di mare. Ti ringrazio davvero molto per averla apprezzata. Mi è piaciuto scoprire come la tradizione dei marinai giapponesi non sia di conflitto o di fuga dalla paura, ma la sottometta all’intelligenza di farle perdere di efficacia. Nel mio pensiero ho rivisto quella considerazione che ho fatto sulla navigazione alla Cappa, in mezzo alla burrasca, dove invece di lottare fino allo stremo o atterrirsi, si fa in modo che il mare non operi contro la barca e conceda riposo al marinaio.
Sì davvero molto bella. Ha reso bene l’idea di quello che voleva trasmettere. La sicurezza di quel che sei sulla tua barca, la paura di essere in mezzo alla “tormenta”, la forza di reagire. Sì mi piace la filosofia di usare a proprio favore le cose che potrebbero non andare.
Importante prima che succedano è avere imparato con una serie di prove e di allenamenti, quando la fatica nella burrasca inizia a prevalere il cervello perde di lucidità, allora è bene che ci sia un’abitudine a compiere i gesti corretti senza dovere pensare troppo ai perché ed ai percome. Un’altra cosa da avere pronta in memoria è ridurre le vele se aumenta molto il vento, si chiama terzarolare.
Ci si perde volentieri in questo post… perché tocca da vicino le nostre paure più grandi… quella di non farcela e quella di essere dimenticati.
Ma la vera magia del tuo scritto sta nell’empatia finale…. riconoscere che tutti… prima o poi… abbiamo bisogno di quel mestolo bucato.
Di qualcuno che ci accolga nell’affanno senza giudicare e senza sprofondare con noi.
Che dire poi del brano che hai realizzato….io ogni volta resto a bocca aperta…è semplicemente bellissimo… un pezzo davvero stupendo…
è incredibile come… dietro la spinta forte della musica metal….. si nasconda in realtà una malinconia così dolce e fragile. Questa ciurma che naviga senza sosta non fa paura fa stringere il cuore.
Sono solo anime stanche che guardano le stelle brillare per gli altri… e davanti a tanta bellezza
…. mi sono commossa …
Cara Lumil,
delle poche cose che ho imparato nella vita è che se ad una paura riesci a dare un nome ed una forma allora puoi chiamarla e prenderle la mano, magari anche farla sedere accanto a te e parlarle. Scoprirai piano piano che è fatta di niente e altrettanto lentamente la vedrai scomparire come la nebbia al mattino. Al solito quando mi propongono due soluzioni ne cerco almeno una terza, scappare o colpire la paura, oppure? Accoglierla ed abbracciarla, ci insegnerà qualcosa di noi che non volevamo sapere eppure è importante per capire meglio il nostro mondo e la nostra vita.
Quello che dici sul mio brano musicale mi emoziona molto, perché con la tua consueta sensibilità mi capisci, ed è una cosa bellissima e rara per me. I marinai dell’Olandese volante non sono crudeli o superbi, sono schiavi dell’orgoglio del loro capitano. Eppure sono esattamente come noi, con il desiderio di poter tornare alla loro vita normale. Io sento grande compassione per loro, come per tutti quelli che per colpa di un errore smarriscono la strada di casa, e vorrei poter essere come un faro che traccia un sentiero di luce verso il ritorno dentro la notte buia del loro essersi perduti.
Ti sono molto grato delle tue parole e delle tue condivisioni, un abbraccio.
Parto subito con buon halloween… festa che adoro anche se non di mia cultura …amo il gotico e film horror.
In un tuo vecchio blog ti scrissi da dove nasce una leggenda…. nella guardia costiera americana tra racconti popolari tramandati narra di un aereo soccorritore morto durante un salvataggio che ancora salva i mariani dispersi in acqua….
Il passaggio che racconti ovvero la figura del tratteggatore…. sinceramente non conosco i funayirei quindi non mi permetto di dire cose ma una si….mi e’ subito venuta in mente quei fantasmi dei cartoni giapponesi con una fiammella blu chissa se sono loro proprio loro o simili …
Olandese volante naturalmente conosco la versione cinematografica ma che poi non e’ molto lontana dalla leggenda ovvero di una anima condannata
Si dice che i fantasmi sono legati alla vita per un vuoto di quel mestolo bucato che cerchi di tirare su ma in mano non ti rimane niente….anime dannate senza pace perché non hanno saputo riempire quel mestolo pur sapendolo ma senza saperlo riempire perché non hanno cercato la risposta dentro se stessi.
Cercare se stessi e’ come ritrovarsi in mezzo all’oceano in mezzo a una tempesta fa paura se incontri il tuo demone o no tutti lo abbiamo nascosto dentro la nostra caverna ma fa parte di noi altrimenti io non sarei flora e tu non saresti max …
Nel salutarti mi sono posta una riflessione.. gli antichi greci e romani pagavano Caronte per traghettatare l’anima oggi stessa cosa con la chiesa ( chiamala offerta ) il tempo passa ma le vecchie abitudini no.
P.s. come ho scritto a lumil grazie per i blog e di condividere i tuoi pensieri e le tue emozioni e ancora buon halloween
P.s 2 complimenti per la musica la celtica ha un suo perché…..
Kevin Costner con la divisa della Guardia Costiera non si dimentica. Sono davvero moltissime le leggende di persone che in mare sono state salvate in modo miracoloso. A Lussino c’è una statua che ricorda i delfini, sono tanti i salvataggi compiuti da questi animali, con la stessa tecnica che usano per portare in superficie un cucciolo appena nato che deve respirare. Certamente quelli evocati nel mio racconto appartengono alla stessa famiglia degli spiriti giapponesi che conosci, non necessariamente crudeli, ma dimenticati e quindi alla ricerca di “compagnia”. L’Olandese volante mi riporta molti ricordi. Il tipo di barca da corsa che ho lasciato in foto anche sul blog era un Flying Dutchman, ma questa potrebbe essere una mera coincidenza. Il parlare di naufragi mi porta immediatamente fuori dal cuore il ricordo di amici che sono affondati in mare. Alcuni hanno fatto ritorno, altri sono oltre l’arcobaleno. Del ritorno e del mare che ti vuole per sempre ne parlerò presto. Nella mia coscienza io porto il peso di non essere stato con loro, chissà cosa sarebbe cambiato, chissà se il mio peregrinare per acque salate non sia proprio la ricerca di un demone che ho dentro. Sarà in quella occasione che citerò la frase di un grande marinaio che parla di cercare un modo per salvare la propria anima. Mi sono chiesto spesso perché questa passione per il mare, che comunque vivo prevalentemente con responsabilità e sicurezza, ci ho portato spesso la mia famiglia anche quando i bambini erano piccoli, sempre con attenzione, sempre ripagato da momenti bellissimi come la danza dei delfini che proprio nella zona di Lussino hanno delle colonie stanziali. Quando la chiesa chiede soldi calpesta un insegnamento fondamentale di Gesù che è un invito alla povertà, dimostrando che è fatta di uomini secolari e non dello spirito che è sentiero verso il paradiso. Burrasche in mare ne ho prese poche e sempre avvertito dalle nuvole e dal barometro del loro arrivo. Parlando della pigrizia ho raccontato una tecnica che si usa, e che io ho usato, quando il vento è troppo forte per lottare e hai ancora la lucidità di fare la cosa giusta, quella che salva.
Sono io che ti ringrazio per avere apprezzato le mie parole e la mia musica incartata col metallo pesante, ma che contiene una ballata celtica come quella che cantavano i mariani dell’Olandese volante, a quali porto il mio pensiero spesso, anche se si tratta di una leggenda. È molto bello conoscerti, ancora grazie e buona serata di Samhain. 🎃
Ora ti racconto la mia esperienza….da bimba circa 4/5 anni mia mamma costretta a mangiare sul water alici piu le metteva in bocca piu daro di stomaco e da quel giorno la puzza di pesce e anche vederlo mi il voltastomaco…. Poi cmq mi portavano al mare e quando avevo dieci anni giocando in acqua con altri bimbi una spinta fatta cadere in acqua che era alta… non sapevo nuotare ma mi ricordo benissimo che quando ero sotto acqua mi dicevo dai flora cerca di nuotare lo hai visto fare e altro ricordo nitido la luce del sole attraverso l’acqua che mi circondava
Poi sono stata ripescata da un padre di una razzino che stava vicino….. ma da allora niente acqua acqua in mare e in piscina vado in quelle dei bimbi….. Ecco la mia paura dell’acqua e del mare che poi mi sta sul cavolo la sabbia e non sono una lucertola altro discorso…sono gusti
Altra confidenza se vuoi a tema di halloween… Ho avuto esperienze paranormali e non ero sola non ho problemi a raccontare anche se un prete mi ha detto di andare da uno psichiatra….. ma quando detto ho conosciuto frate Tommaso ha cambiato tono e parole.
Non credo in nessun dio conosciuto…. non so cosa dopo ma la curiosità è tanto forse una divinità o semplicemente il nostro cervello che non ha bisogno di un corpo….chi lo sa…. sembra un racconto di una vecchia serie TV ai confini della realtà…..
Da bambino odiavo il pesce, mia mamma mi preparava due volte alla settimana la sogliola bollita e quell’odore per me era diventato totalmente sgradevole. Una cosa singolare per un ragazzino che inizia ad andare a vela, l’odore salmastro del porto ricorda inevitabilmente quella sogliola pallida e fetente. Per molti anni ho mangiato pochissimo pesce, quasi fosse una condanna. Poi con le tante botte prese sul naso mi sono lesionato gradualmente il nervo olfattivo e ho perso l’odorato. Da allora il pesce non puzza più (per me) e lo mangio volentieri. Con l’acqua ho sempre avuto un buon rapporto, anche perché se usi la maschera ti si apre la visione di un mondo pieno di creature marine che si muovono e si lasciano scoprire. Non saranno affascinanti come i ragni ma i granchi hanno qualcosa che me li ricorda, e poi in mare ci sono le stelle marine, i gasteropodi e anche le meduse che impari a tenere lontane dopo aver capito che pizzicano in modo doloroso. Capisco perfettamente che con un trauma certe considerazioni passano in secondo piano, però in acqua salata si galleggia meglio, e con la stessa spinta sia che ci siano pochi cm che quando sotto hai centinaia di metri prima del fondale. Nuotare sotto mi ricorda molto volare, farlo con i delfini poi è un’esperienza mistica.
Halloween è una festa diventata commerciale, io intendo quella quando uso il nome cattolico All Hallows’ Eve’n (la vigilia di Ognissanti), ma da tradizioni celtiche era prima la festa di Samhain, il capodanno che celebrava il punto più vicino di contatto tra i vivi ed i morti. Oggi la chiesa si accanisce evocando il rischio di rischi satanici, eppure in Messico ed America Latina c’è ugualmente el Día de los muertos, dove la gente si veste e si trucca in modo macabro ed è accettata dalla chiesa romana. Il carnevale con vampiri e streghe non mi appartiene. Anticamente da queste parti le mandrie tornavano in questi giorni dai pascoli lontani e si consumavano feste mangiando le zucche che sono di stagione, all’interno delle bucce venivano disposte candele per illuminare la notte e quella usanza, mille anni prima di Jack o’Lantern, appartiene a queste terre per tradizione. La chiesa è colpevolmente ignorante, ha rubato anche questa festa come il Natale e tante altre, spacciandole per proprie. Non possono considerarsi i custodi delle tradizioni ricostruite a modo loro. Tolto questo io penso che possa esistere un principio creatore e che il messaggio cristiano, anche quello malamente tradotto nei loro vangeli in greco, sia qualcosa di rivoluzionario, difficilissimo da mettere in pratica, qualcosa di molto vicino alla regola originale di S. Francesco che oggi certamente avrebbero ricoverato con un TSO. Eppure contiene gli anticorpi per disintossicare dalla cupidigia, dall’invidia, e predica un amore universale più grande e più vero di quello sventolato in chiesa. Ho guardato con molto interesse le due serie The Twilight Zone (Ai confini della realtà) del ’59 e del ’85 son belle ma come X Files sono fatte per immaginare non sono la realtà.
Io ti ringrazio molto per queste parole sincere e per la possibilità di affrontare argomenti personali come questi. Sono un regalo che apprezzo molto, ti sorrido con un abbraccio forte.
Io non sopporto il natale…..la vera ipocrisia…. allora si mangiava pesce perché il piatto piu diffuso oggi oggi si spendono un salario tra il 24 e 25 dicembre regali inutili e panettoni che vendono da settembre. E poi il vero babbo natale e’ verde non rosso la pubblicità il consumismo ha fatto questo….tra qualche anno faranno gli sponsor con giuda e i 30 Bitcoin americani
Finalmente trovo una complice perfetta per il Natale, a casa mia ci si abbuffava di tutto, pesce compreso soprattutto alla sera prima che, nonostante costasse molto più della carne, era considerato povero per fare vigilia. Verde certamente con tinta druidica il vestito del vecchietto obeso (povere renne) poi colorato di rosso proprio dalla The Coca Cola Company. Non so se hai mai visto il film oppure da vivo il musical Jesus Christ Superstar. La figura di Giuda è molto interessante vorrebbe far diventare un prodotto di spettacolo il Cristo con i suoi miracoli e le sue predicazioni e non capisce come mai lui non si conceda al business.
Max questo tuo post equivale ad un’immersione,si parte dalla superficie per poi discendere nel profondo, giungendo all’esplorazione dei fondali e risalire nuovamente in superficie,ma più ricchi di quando ci si è immersi,nel sacchetto però non c’è del pescato,ma tanti piccoli racconti che inizialmente ti catturano e poi leggendo e rileggendo riescono a mostrarti il panorama senza che ti affacci alla finestra…circa la paura credo che un pò come il dolore vada ascoltata,perchè a volte ci avvicina per indicarci o insegnarci qualcosa,ma tu sei riuscito a entrare in un discorso così ampio,con una leggerezza e allo stesso tempo una forza incredibile e hai scandagliato ogni centimetro dell’argomento per poi rendercelo quasi come poesia,sarò anche ripetitivo,ma non posso non lasciarti i complimenti ogni volta che passo di qua,come pure sulla canzone!!….nell’introduzione che trovo fantastica ci ho sentito quasi un Branduardi in chiave metal e devo dire un esperimento riuscitissimo! grazie infinite per questa navigazione in notturna con il mare in tempesta tra i suoi misteri e le nostre paure di sempre……..